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Posts Tagged ‘Riforma Universitaria’

“Web 2.0 e alta formazione:un connubio possibile?”

Posted by romaguido su 26 settembre 2010

Da Techmex un articolo che mostra come le TIC possano risolvere l’impasse in cui alcune università sembrano versare.

Passando il rassegna le pecche dell’attuale situazione scolastica, ma anche sociale, in cui versa la formazione italiana, dopo aver ricordato le parole di Tullio De Mauro e della dirigente veneta che denuncia la grave ignoranza delle giovani generazioni in fatto di lingua italiana, la sottoscritta passa a considerare la formazione universitaria, dove sembra che il diavolo non sia così nero come si suole dipingerlo. Non é raro infatti rilevarvi buone pratiche degne di essere applicate con entusiasmo perché efficienti ed efficaci.

Ne é un esempio il progetto L’università che vorrei“, concepito e attuato da Maurizio Galluzzo. Leggi il seguito di questo post »

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Abolire il valore legale della laurea

Posted by Luca su 10 gennaio 2009

Una proposta presente nella fase due dell’attuazione delle riforme Gelmini è quella che riguarda l’abolizione del valore legale della laurea. A Montecitorio l’assemblea ha approvato un ordine del giorno presentato dalla Lega nord che vincola in questo senso il governo. Il firmatorio della proposta è il deputato della Lega nord Paolo Grimaldi che così ha motivato la proposta: “Abolire il valore legale del titolo di studio rappresenterebbe il primo passo per premiare gli studenti che meritano e aiutare le università che fanno realmente formazione. Si cancellerebbe la falsa concorrenza agli atenei del nord da parte delle università meridionali che si sono trasformate in laureifici”.

Anche l’opposizione ha votato in senso favorevole alla proposta del governo. Maria Antonietta Farina Coscioni del Partito democratico ha così commentato: “Credo che questo sia un buon inizio per una riforma del sistema universitario basato sul merito, sulla qualità dell’insegnamento e della ricerca”.

Siete d’accordo?

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Il punto sulle riforme Gelmini

Posted by Luca su 10 gennaio 2009

Il decreto legge n.180 del 10 novembre 2008 contenente “Disposizioni urgenti per il diritto allo studio, la valorizzazione del merito e la qualità del sistema universitario e della ricerca” è stato convertito in legge. Leggi il seguito di questo post »

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Publish or perish: il modello Usa

Posted by Luca su 8 gennaio 2009

Da noi in Italia, il merito è come un mantra invocato da ogni forza politica e da ogni associzione; a chiacchiere non puoi essere contro la meritocrazia saresti troppo impopolare. Non c’è nessun politico che dice infatti sono contro il merito, è anche suo(del politico) merito essere stato eletto e quindi essere rappresentate del popolo. Nei fatti premiare il merito spaventa in un sistema del pubblico impiego, come quello italiano, da sempre oggetto e luogo ideale per compromessi politici e per spartizioni e assegnazioni di posti di lavoro a destra e a manca.

Negli sistema universitario statunitense le cose sono un pò diverse: publish or perish vale a dire pubblica o muori; motto che descrive benissimo un sistema accademico in cui i finanziamenti e le carriere premiano le ricerche utili e innovative.

Da noi in Italia, come ho messo già in evidenza in precedenti articoli, l’assegnazione dei fondi destinati alle università non segue ancora criteri di merito. Le cose però stanno cambiando anche nel nostro paese se è vero che stanno aumentando notevolmente gli atenei virtuosi che sono in grado di attrarre risorse economiche dal mercato anzichè sempre dal finanziamento pubblico.  Atenei virtuosi sono l’Università Bocconi di Milano o l’Università per stranieri di Siena che hanno saputo reagire al progressivo restringimento del Fondo per il finanziamento ordinario che in questi ultimi anni ha registrato incrementi modesti, che in alcuni casi non compensano neppure l’inflazione.

Premiare il merito significa premiare gli atenei  e i docenti virtuosi che fanno ricerca, anzichè continuare a dare finanziamenti in modo indiscriminato.

Ok siamo tutti d’accordo premiare il merito è cosa buona e giusta ma poi è facile e/o conveniente farlo?

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Conversione del decreto Gelmini sull’Università

Posted by Luca su 6 gennaio 2009

Il ministro Gelmini ha posto la questione di fiducia sull’approvazione del decreto riforma università per evitarne la decadenza (termine 9 gennaio).

Cosa contiene di nuovo questo decreto?

Anzitutto una rivisitazione del sistema dei concorsi universitari ormai taroccato oltre ogni limite di decenza e in secondo luogo una norma che stabilisce la commisurazione degli “scatti di anzianità” per i professori alla loro produttività.  Parliamo e lodiamo tanto il merito? E allora eccone una applicazione: basta con progressi di carriera uguali per tutti sia fannulloni che lavoratori veri e propri. Ecco un altro esempio di appiattimento verso il basso che caratterizza il settore del pubblico impiego, in questo caso quello universitario: una volta entrati anche se si fa carriera come delle lumache si ha la garanzia di un posto fisso e sicuro per tutta la vita. E’ già la sicurezza del posto fisso e garantito non ha prezzo.  Si entra e si pensa già di essere pensionati. Leggi il seguito di questo post »

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Esiste un fine della formazione?

Posted by Luca su 5 gennaio 2009

Stavo riflettendo sul fine della formazione, auto-formazione, o della formazione continua. Si parla tanto di lavoratori della conoscenza e di life-long learning, ma a cosa è funzionale la formazione? Pensate a quello che avete studiato quanto vi serve sul lavoro di quello che ora sapete? La formazione universitaria è stata funzionale al vostro inserimento nel lavoro che ora state svolgendo? Quanta della formazione on line ora di moda, serve veramente per il lavoro? In questo blog trovate una pagina completa dedicata alle iniziative di formazione nel settore e-learning, ma quanta di questa formazione è utile ai fini dell’inserimento lavorativo? Io mi sto accorgendo ogni giorno di più che in un mercato del lavoro, quello italiano, appiattito verso il basso e quindi verso professionalità al cui svolgimento è già eccessivo il diploma di scuola superiore la formazione universitaria non serve a niente. In un articolo precedente ho fotografato la situazione disastrosa degli studi universitari in Italia e allora cosa fare?

Non esiste più una situazione di omogeneità formativa, bensì di policentrismo formativo. La Rete può diventare uno strumento centrale in questa nuova dimensione/modalità formativa e il tutor sempre di più un facilitatore-coach e moderatore delle discussioni e delle interazioni.

Piattaforme come Moodle diventano basilari per facilitare un apprendimento di tipo collaborativo, ma al centro c’è sempre la persona con i suoi processi cognitivi, attese, motivazioni, aspirazioni.

Ma c’è un nodo da risolvere la bassa professionalità che viene riconosciuta al lavoro in Italia; stipendi appiattiti verso il basso, sprechi e sperperi andati avanti per decine di decenni hanno prodotto un settore del pubblico impiego che è diventato un buco nero, un buco nero mangia risorse.

Se formarsi non porta a niente in termini di lavoro qualificato, allora tutto il sistema formativo attuale è autorefenziale diventa solo fonte di sostentamento per i formatori e i centri di formazione e alibi per decine e decine di migliaia di neo-laureati che pensano di formarsi e invece stanno sprecando soldi e tempo.

E’ questa la situazione?

Ho trovato una frase interessante in Francesco Bacone, Nuova Atlantide. La casa di Salomone:

“Fine della nostra istituzione è la conoscenza delle cause e dei segreti movimenti delle cose allo scopo di allargare i confini del poter umano verso la realizzazione di ogni possibile obiettivo”.

Ecco ho sempre creduto nella formazione sul lavoro e per il lavoro, in un’azienda che punta a essere competiva il capitale umano dovrebbe essere valorizzato, accresciuto, formato e considerato.

Del concetto capitale umano ho trovato la seguente definizione:

“Il capitale umano è ciò che i cittadini sanno fare, singolarmente e collettivamente, ed è una componente fondamentale delle potenzialità di un paese. Il suo sviluppo, che costituisce l’obiettivo primario del progetto di modernizzazione e crescita del paese, dipende da numerosi fattori, fra i quali rivestono grandissima importanza le scuole, le università, i centri di ricerca, che costituiscono il sistema di istruzione ed educazione della nazione.

Vi sentite capitale umano?

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Riforma Universitaria: il 3+2 crea fuoricorso

Posted by Luca su 4 gennaio 2009

Ecco i dati dell’università italiana: la riforma del 3+2 non ha fatto diminure i fuori corso. Oltre quattro studenti su dieci sono fuori corso o ripetententi e crescono gli abbandoni dopo il primo anno. Ora si hanno i dati promulgati dal Consiglio nazionale di valutazione del sistema universitario, ente del ministero che a 6 anni dall’introduzione del 3+2 fa un primo bilancio della riforma.

Ed ecco le sorprese: il 40,7% di ripetenti o fuori corso rappresenta il valore più alto registrato, crescono inoltre gli abbandoni dopo il primo anno di iscrizione, come il numero di quelli che parcheggiandosi per alcuni anni non riesce neppure a sostenere un esame.

Su oltre  un milione e 800 mila studenti che hanno frequentato i 58 atenei italiani nell’anno accademico 2006/2007 solo un milione è in regola con gli studi.

Uno studente su cinque dopo il primo anno abbandona l’università( 20% tasso abbandono), ci sono poi gli studenti “inattivi” vale a dire coloro che rimangono iscritti all’università per alcuni anni ma non sostengono esami.

La media crediti formativi acquisiti da uno studente italiano è 25 cfu per ogni anno accademico, quando invece per essere in regola ne servono 60. Solo 3 studenti su 10 conseguono la laurea di primo livello in tre anni , il 30% raggiunge il traguardo con un ritardo di un anno e il 29% con due o tre anni di ritardo. Per la laurea triennale la durata media degli studi si attesta a 4,6 anni.

Con la riforma i corsi di laurea sono passati da 2.444 a 5.734. Il numero degli insegnamenti ha fatto registrare un picco record passando da 116.182 a 180.001. Notate bene 71.038 sono insegnamenti di materie che al massimo valgono 4 crediti.

Quindi ai docenti ha giovato questa riforma, aumentano le cattedre e molti docenti che erano a spasso ora si fregiano del titolo di docente universitario. Ecco una delle cause del rallentamento nello studio: se mi metti tutti esami da 4 crediti formativi e devo arrivare a 170 crediti (10 di solito vale la tesi) contate quanti esami devo sostenere, un numero indefinito e mostruoso.

Ma così è stato per dare lavoro a dei poveri intellettuali disoccupati.

Un altro dato su 3.373 lauree di primo e di secondo livello i corsi con meno di 10 immatricolati iscritti sono 340.  Ecco ci sono 340 corsi con meno di 10 studenti,  e ora calcolate con quanti docenti regolarmente stipendiati……

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Premiare gli atenei virtuosi

Posted by Luca su 26 dicembre 2008

Il decreto Gelmini stabilisce che dal 2009 una quota non inferiore al 7% del fondo che finanzia le università pubbliche (Fto) sarà distribuita sulla base dei risultati conseguiti da ciascun ateneo. Il fine è quello di premiare la didattica e la ricerca. Buona intenzione.

Sylos Labini fa notare che ” il diavolo è nei dettagli”. ” Una parte del fondo ha già avuto negli anni passati una componente legata ai risultati dei processi formativi misurati con il rapporto fra il numero totale degli esami superati e il numero di esami previsti.

Secondo l’economista valutare la didattica con questo indicatore può essere sbagliato in quanto si determinano standard effettivamente disomogenei. Secondo Labini inoltre “le università più generose nella valutazione sono quelle dove gli studenti hanno più difficoltà nel trovare uno sbocco professionale”. In questo senso il rischio è quello di privilegiare le università peggiori.

La soluzione che Labini propone è quella applicata nel Regno Unito: riferirsi a agenzie indipendenti che valutano l’attività didattica delle università; “inoltre si potrebbero assegnare a livello nazionale borse di studio per i diplomati più brillanti che, potendo decidere dove spendere la borsa, favorirebbero con buona probabilità, le sedi universitarie dove la qualità è più alta.

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Università italiana: una cenerentola che è anche in crisi.

Posted by Luca su 30 novembre 2008

Diversi sono i fattori di crisi debolezza dell’attuale forma università in italia, vediamone qualcuno:

  1. Le mancate riforme degli anni 60′ del 900;
  2. Clientelismi, baronie, pargheggio politico per mettere e imbucare “fannulloni” di ogni colore politico;
  3. L’Università italiana dopo le riforme degli anni 60 è accessibile a tutti e, confrontata con gli altripaesi europei, costa poco. Questa impostazione determina si un’iscrizione di massa all’università e al contempo però determina studenti sulla carta, studenti iscritti che non frequentano, tassi di abbandono alti e tassi di fuoricorso altrettanto alti.  Negli altri paesi europei il numero chiuso è generalizzato, l’università costa molto di più, la frequenza alle lezioni è obbligatoria e una volta entrati gli studenti vengono seguiti da un tutor nel percorso universitario: gli abbandoni sono pochi, come i fuori corso;
  4. Negli altri paesi europei si investe molto sull’edilizia a favore degli studenti, in Italia i posti studio che le università possono offrire sono irrisori rispetto alla domanda. In Italia c’è tutto un mondo di persone che affittano “case” agli studenti, case brutte e fatte pagare molto;
  5. In Italia le Università sono gestite da Rettori che sono professori dell’università e che molto spesso non hanno conoscenze, capacità di gestire un’azienda complessa come è quella universitaria. Una cosa è la vocazione per la ricerca, altra è quella manageriale. All’estero c’è si il consiglio dei docenti che detiene il potere di indirizzo scientifico e di selezione dei docenti,mentre invece la gestione è affidata a professionisti manager.
  6. Le diverse riforme universitarie che si sono succedute in questi anni hanno creato confusione: la riforma del 1999 che ha introdotto il sistema del 3+2 ha determinato l’incremento senza liniti dei corsi di laurea, la riforma del D.M 270 non l’ho invece ancora capita;
  7. Le riforme in Italia sembra che vengano fatte senza tenere conto dell’esistente e delle esperienze avute negli altri paesi. Poi quando ne teniamo conto, facciamo sempre però una variante, il famigerato modello italiano; tanto noi italiani siamo più furbi.

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