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Posts Tagged ‘apprendimento collaborativo’

“Web 2.0 e alta formazione:un connubio possibile?”

Posted by romaguido su 26 settembre 2010

Da Techmex un articolo che mostra come le TIC possano risolvere l’impasse in cui alcune università sembrano versare.

Passando il rassegna le pecche dell’attuale situazione scolastica, ma anche sociale, in cui versa la formazione italiana, dopo aver ricordato le parole di Tullio De Mauro e della dirigente veneta che denuncia la grave ignoranza delle giovani generazioni in fatto di lingua italiana, la sottoscritta passa a considerare la formazione universitaria, dove sembra che il diavolo non sia così nero come si suole dipingerlo. Non é raro infatti rilevarvi buone pratiche degne di essere applicate con entusiasmo perché efficienti ed efficaci.

Ne é un esempio il progetto L’università che vorrei“, concepito e attuato da Maurizio Galluzzo. Leggi il seguito di questo post »

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A cosa servono i blog, nel 2013?

Posted by Luca su 11 ottobre 2009

Della funzione sociale di essere blogger e di scrivere in un blog ho già parlato in precedenza, ora ci torno sopra perchè ho riscontrato  che questa riflessione  non è solo un mio pensiero ma interessa molti altri blogger. In tal senso ho scovato un’interessante discussione sul blog di Paoloborrello dove si legge “Il numero dei blog in Italia è ormai diventato piuttosto elevato. Hanno caratteristiche diverse. In questo post intendo occuparmi di quei blog, o meglio dei loro autori, che trattano argomenti politico-sociali, anche perchè il sottoscritto porta avanti un blog che ha per appunto questa natura”.

L’autore del bl0g si chiede poi cosa ottiene un blogger che si occupa di temi politico-sociali. ” I blogger ottengono qualcosa?  quindi servono a qualcosa? Oppure servono solo a se stessi, nel senso che non avendo altro di meglio da fare svolgono un’attività che li soddisfa personalmente, diversamente ad esempio dal lavoro che svolgono per vivere, oppure cercano di imitare i giornalisti, professione che molti volevano e vogliono fare ma che solo pochi riescono a praticare?”

Sulla natura del nostro blog molto abbiamo già riflettututo e scritto . Il nostro blog nasce dall’esperienza precedente di un gruppo yahoo e come tale dovrebbe avere una natura di blog collettivo e di comunità di pratica. In alcuni periodi lo è stato abbastanza in altri molto di meno.

Una risposta al quesito sulla funzione e utilità di essere blogger la si trova nel blog di sonogian che risponde alla domanda servono i blog in questo modo “alla domanda specifica, servono i blog la mia risposta è si, fosse anche per un semplice motivo, ti ho conosciuto! se poi la nostra opinione possa scuotere anche quella pubblica non credo, ma vale la pena provare”.

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Cloudworker:cloudlearner: cosa è reale?

Posted by Luca su 10 agosto 2009

Uno degli autori di questo blog Giuliana Guazzaroni molto tempo fa è stata la prima in Italia a parlare della nuova figura del cloudworker connesso allo studio di una nuova figura di apprendente. Giuliana ai tempi ha preso contatto diretto con il blogger Venkatesh Rao autore della fortunata espressione. Ora la discussione si è estesa a molti siti della Rete e giustamente Giuliana può dire che tutto in Italia è partito dal suo approfondimento.

 

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Il mito della life long learning

Posted by Luca su 21 febbraio 2009

Anche se non credo più tanto al mito della formazione permanente e della formazione come via per conseguire lavori sempre più qualificanti e professionali vi consiglio di leggere il presente articolo:

Le conoscenze vengono superate con grande facilità. Ciò accade in qualsiasi settore lavorativo. E’ quindi necessario l’aggiornamento professionale in tutto il corso della vita. E’ stato calcolato che metà delle conoscenze scolastiche invecchiano nel giro di 20 anni, quelle universitarie nel giro di dieci, le conoscenze specialistiche e professionali nel giro di cinque, mentre quelle tecnologiche e informatiche addirittura nel giro di uno o due anni. Secondo Unioncamere a causa dei continui mutamenti che interessano il mondo del lavoro assume crescente importanza la formazione permanente. In futuro la vita lavorativa sarà ripetutamente interrotta da fasi di perfezionamento e di riaddestramento, dicono gli esperti. Anche perchè il lavoro all’interno delle aziende viene sempre più spesso organizzato per progetti. Perciò l’abitudine al lavoro di gruppo, la flessibilità, la capacità di lavorare in team e lo spirito di iniziativa dei collaboratori risultano caratteristiche oltremodo importanti. Inoltre i dipendenti avvertono sempre più forte l’esigenza di orari e modelli di lavoro flessibili, per poter conciliare al meglio le esigenze familiari con gli obblighi professionali. Il numero dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato è in flessione, mentre aumentano quelli atipici. Il lavoro a tempo parziale, ma anche il lavoro interinale ed il lavoro a domicilio, trovano sempre maggiore diffusione. Accanto al lavoro subordinato, vi è anche la possibilità di affrontare il mercato del lavoro mettendosi in proprio. Un indubbio vantaggio è quello di essere indipendenti e di poter realizzare le proprie idee. D’altra parte non va trascurato il fatto che ci vuole coraggio per assumersi dei rischi e che, almeno temporaneamente, bisogna essere in grado di sopporate notevoli carichi di lavoro. Ci vuole una valutazione particolarmente accurata per stabilire se si hanno i numeri per diventare imprenditore.

Dal momento che in futuro si rimarrà nel mondo del lavoro più a lungo e che le conoscenze sono destinate a diventare presto obsolete, si presenterà l’esigenza della formazione permanente. L’agenda di Lisbona, in base alla quale l’Europa dovrà divenire l’area economica e di ricerca più dinamica al mondo, prevede di portare al 12,5% i partecipanti ad attività di formazione entro il 2010. Attualmente la quota di adulti (25-64 anni) che nell’Unione Europea si avvale di provvedimenti formativi tocca a malappena il 10%. E’ facile supporre che in futuro le persone si troveranno a cambiare frequentemente professione nel corso della loro vita. Ogni cambiamento, ma anche l’esercizio di una stessa professione, richiede a tutti i lavoratori un apprendimento continuo in una prospettiva di formazione che guarda all’arco di tutta la vita. Cio non comporta solo un costante aggiornamento per meglio rispondere alle aspettative aziendali del momento, ma accresce anche la competitività dell’azienda. Quali sono gli impieghi o i settori che offrono prospettive? Nella situazione di attuale congiuntura è difficile dirlo. Però si può far riferimento alle professioni più richieste nelle offerte di impiegoe ai posti vacanti all’ufficio di collocamento. Le aziende stesse non se la sentono di elaborare i profili professionali del futuro. Un aspetto positivo viene dal fatto che la società sta vivendo un’altra trasformazione, quella verso il lavoro creativo. Per creative work si intende una cultura del lavoro contrassegnata da responsabilità propria, adattabilità e creatività.  Il khowledge worker sa che nell’arco della propria vita lavorerà per varie aziende e cerca pertanto di rimanere sempre concorrenziale. Attribuisce grande importanza alla formazione e al perfezionamento per essere pronto a lavorare in altre aziende e settori affini. Il lavoratore creativo lavora in forma autonoma, come dipendente o a progetto. Il centro dell’attenzione è rappresentanto dalla propria persona- con coinvolgimento dell’intera sua rete di rapporti sociali. E’ spinto dal piacere nel lavoro, dall’autorealizzazione e dal senso del suo operato. Per lui il lavoro è sinonimo di crescita individuale e rappresenta la strada verso l’ulteriore sviluppo. Quanto ai servizi si registra un sorprendente aumento degli operatori impegnati nelle attività di consulenza in ambito aziendale, fiscale, patrimoniale, sanitario, familiare  e ambientale. L’aumento di questi servizi di consulenza dipende in parte anche dal mondo dell’economia che, per la sua crescente complessità, spinge le aziende a rivolgersi sempre più frequentemente a consulenti”.

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I giovani e la rete. Che fare?

Posted by romaguido su 17 ottobre 2008

“Non sarà il caso che i non nativi digitali insegnino ai nativi digitali cosa vuol dire essere nativi digitali?” (Mario Agati)

Entrando nel vivo del discorso, vediamo quale sia l’attuale rapporto dei giovani con internet.

Già autori come Mario Agati Giuliana Guazzaroni hanno evidenziato  (e la ricerca che sarà presentata il 7 novembre p.v. alla Università Bicocca di Milano quasi certamente ce lo confermerà) come i nostri ragazzi utilizzino in maniera molto limitata le potenzialità della rete, limitandosi il più delle volte all’instant messaging.

Se la situazione attuale è questa, vuol dire che le tante iniziative a favore della introduzione dei computer nelle scuole e dell’informatica tra le materie scolastiche, così come la filosofia delle tre “i” tanto sbandierata, evidentemente non hanno colto nel segno. Vediamo di analizzarne le cause.

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Comunità di pratica

Posted by Luca su 23 settembre 2008

Un ambiente  che ritengo ideale per formare tutor on line è la comunità di pratica.

Il concetto è stato coniato dall’antropologo canadese Etienne Wenger sulla base di alcuni studi condotti sull’apprendistato come nuova modalità di apprendimento. Un apprendimento basato sul superamento della distinzione tra docente e allievo, un apprendimento di tipo collaborativo volto a co-costruire la conoscenza anzichè riceverla passivamente, un apprendimento che supera la tradizionale dicotomia tra il fare e il sapere.

L’allievo non viene più visto come un vaso vuoto da riempire ma come portatore di un proprio vissuto,  di proprie abilità-conoscenze e competenze. L’apprendimento diventa quindi un fare nella pratica.

A chi volesse approfondire l’argomento consiglio di leggere, oltre all l’i’interessante articolo di Giuliana Guazzaroni,  anche quelli di Guglielmo TrentinVittorio Midoro e Italo Calvani.

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Corsi di recupero e dintorni

Posted by romaguido su 27 agosto 2008

Considerata l’ancora amara attualità dei corsi di recupero e le reiterate polemiche su riforme e metodi d’insegnamento, mi pare utile riportare alcuni stralci di un articolo * di qualche tempo fa volto a dimostrare come quella che viene spesso condiderata una gravosa incombenza burocratica possa invece diventare una preziosa risorsa ai fini del miglioramento del processo di apprendimento, laddove riesca ad applicare i principi tanto decantati eppure tanto spesso disattesi dell’apprendimento collaborativo.

Quello che segue, l’abstract, riassume il mio pensiero sull’argomento, che è del resto dettato dalle teorie ancora oggi più accreditate.

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