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“La scuola ha smesso di insegnare”

Posted by romaguido su 24 luglio 2009

Un articolo che da stamattina sta spopolando su facebook è “La scuola ha smesso di insegnare” di Luca Ricolfi.

Parlando della “nuda realtà” che comproverebbe l’inefficacia del sistema scolastico e univarsitario italiano, Ridolfi dice, tra l’altro:  

(I giovani) non hanno perso solo la capacità di esprimersi correttamente per iscritto. Hanno perso l’arte della parola, ovvero la capacità di fare un discorso articolato, comprensibile, che accresca le conoscenze di chi ascolta. Hanno perso la capacità di concentrarsi, di soffrire su un problema difficile. Fanno continuamente errori logici e semantici, perché credono che i concetti siano vaghi e intercambiabili, che un segmento sia un «bastoncino» (per usare un efficace esempio del matematico Lucio Russo). Banalizzano tutto quello che non riescono a capire.

Sovente incapaci di autovalutazione, esprimono sincero stupore se un docente li mette di fronte alla loro ignoranza. Sono allenati a superare test ed eseguire istruzioni, ma non a padroneggiare una materia, una disciplina, un campo del sapere. Dimenticano in pochissimi anni tutto quello che hanno imparato in ambito matematico-scientifico (e infatti l’università è costretta a fare corsi di «azzeramento» per rispiegare concetti matematici che si apprendono a 12 anni). A un anno da un esame, non ricordano praticamente nulla di quel che sapevano al momento di sostenerlo. Sono convinti che tutto si possa trovare su internet e quasi nulla debba essere conosciuto a memoria (una delle idee più catastrofiche di questi anni, anche perché è la nostra memoria, la nostra organizzazione mentale, il primo serbatoio della creatività).

Eppure il cattedratico mette in eidenza alcune qualità dei nostri ragazzi:

Certo, in mezzo a questa Caporetto cognitiva ci sono anche delle capacità nuove: un ragazzo di oggi, forse proprio perché non è capace di concentrazione, riesce a fare (quasi) contemporaneamente cinque o sei cose. Capisce al volo come far funzionare un nuovo oggetto tecnologico (ma non ha la minima idea di come sia fatto «dentro»). Si muove come un dio nel mare magnum della rete (ma spesso non riconosce le bufale, né le informazioni-spazzatura). Usa il bancomat, manda messaggini, sa fare un biglietto elettronico, una prenotazione via internet. Scarica musica e masterizza cd. Gira il mondo, ha estrema facilità nelle relazioni e nella vita di gruppo. È rapido, collega e associa al volo. Impara in fretta, copia e incolla a velocità vertiginosa.

L’articolo prosegue mettendo in evidenza come l’aver favorito la scuola di massa abbia portato ad “una generazione cui, a forza di generosi aiuti e sostegni di ogni genere e specie, è stato fatto credere di possedere un’istruzione, là dove in troppi casi esisteva solo un’allegra infarinatura “

La soluzione?

A questo punto, più che dividerci sull’opportunità o meno di bocciare alla maturità, quel che dovremmo chiederci è se non sia il caso di ricominciare – dalla prima elementare! – a insegnare qualcosa che a poco a poco, diciamo in una ventina d’anni, risollevi i nostri figli dal baratro cognitivo in cui li abbiamo precipitati.

Vivace e articolata, la discussione sull’articolo, che, primo fra tutti, Roberto Maragliano,  ha segnalato all’attenzione degli “amici”.

Tra questi,Edoardo Poeta, il quale si chiede se per caso non ci sia, da parte nostra,  una certa difficoltà  a “comprendere una mentalità diversa, dove le competenze sono “altre” rispetto a quelle cui siamo abituati”.

Alessandro Rabbone invece evidenzia come, anche in ambito internazionale, la scuola primaria italiana, abbia mostrato di essere capace di formare adeguatamente i nostri bambini, per cui ritiene sconsigliabile riformare, per come invece auspica Ricolfi,  il sistema scolastico sin dalle prime classi.

Mentre Roberto Maragliano ha ricordato Baricco nell’evidenziare come non si possa non prendere atto del “cambiamento dei paradigmi della conoscenza e dell’esperienza”,   Maria  Antonella Galanti e Maria Grazia Cacciatore hanno ricordato come sia compito dei docenti cercare il linguaggio e gli strumenti  più consoni a comuniare adeguatamente con i ragazzi, facendo in modo da non cadere nel nozionismo, ma ricercando metodi che favoriscano un sapere “padroneggiato” e non “trasmesso”.

L’argomento, che riprende per molti versi’ la discussione iniziata più o meno all’inizio dell’anno scolastico appena conclusosi, è sicuramente molto iteressante.  Mi pacerebbe conoscere il votro parere al riguardo.

Una Risposta to ““La scuola ha smesso di insegnare””

  1. romaguido said

    Ed ecco, segnalata da Agostino Quadrino, l’intervista a Lucio Russo, chiamato in causa nella discussione cui si fa cenno nel post.
    Vi si legge, tra l’altro:

    Nel suo libro era critico con la riforma dell’ex ministro dell’Istruzione Berlinguer. Di quella della Gelmini cosa ne pensa?
    «Al tempo ero isolato e tutti pensavano che la direzione di Berlinguer fosse quella giusta: “Insegniamo i videogiochi e cancelliamo la letteratura”. Ora queste cose non si dicono più, ma nei fatti è più difficile invertire la tendenza. La Gelmini ha riportato in auge il voto in condotta, che fa anche media. Sembra un ritorno a una maggiore severità e invece va in direzione del lassismo, perché permette di salvarsi a chi prende un 10 in condotta e magari è insufficente nelle altre materie».
    Al decadimento della scuola hanno contribuito in qualche modo anche i genitori?
    «C’è una responsabilità della società nel suo insieme. Difficile distinguere tra cittadino genitore e non. Di sicuro è molto diffusa l’idea – veicolata dalla tv e non solo – che per avere successo economico la cultura non serve».

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