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Dalla saggezza popolare a Wenger: c’è qualcosa di nuovo sotto il sole? Ancora sulla comunità di pratica

Posted by romaguido su 3 luglio 2009

Nel riprendere le nostre argomentazioni sulla comunità di pratica, vi riporto i miei contributi alla discussione lanciata su ibridamenti da Giuliana Guazzaroni e passo voi il testimone: qual è il vostro parere sull’argomento?


Credo fermamente che le comunità di pratica, ancora più che le altre comunità, nascano e si realizzino grazie alla capacità di condividere, alla voglia di fare, di creare, alla attitudine a mettere da parte aspirazioni e interessi prettamente personali, a tutto vantaggio della collettività.
A questo punto, visto che nella mia esperienza professionale mi è capitato di sperimentare più volte questo metodo di cooperazione, dirò che il suo sviluppo e, di conseguenza, il suo successo sono direttamente proporzionali alla persecuzione sentita, reale, spassionata di un fine comune, quasi un ideale, un valore, che le diverse componenti riescano ad abbracciare con slancio, calore, altruismo.
Ricorderò qui un episodio che ricorre spesso nei miei pensieri: nel lontano 1997, ad un funzionario dell’allora Ministero dell’Istruzione che, in una occasione ufficiale, mi chiese se avessi trovato agevole, fattibile, semplice il lavoro di gruppo che andavo conducendo, risposi che l’individualismo di cui è permeata la nostra cultura, rende oltremodo difficoltosa ogni impresa del genere.
Beh, oggi, nonostante i diversi tentativi portati avanti, devo rilevare che, da allora e nonostante i servizi web 2.0, cui faceva riferimento Giuliana, non vedo una gran cambiamento, almeno in gruppi piuttosto ristretti.
In genere la collaborazione si attua attraverso la delega ad una o, comunque, a poche persone, cui vengono demandate anche le incombenze più semplici, meno impegnative o fastidiose, che alcuni membri del gruppo, spesso assolutamente latitanti, potrebbero svolgere con un minimo sforzo, grazie alle competenze possedute e consolidate.
I casi positivi, abbastanza rari, ci sono, li ho verificati, ma in genere riguardano attori molto giovani, capaci di credere nella bontà dell’impresa, di abbracciarla anche a costo di qualche sacrificio, di difenderla dagli attacchi dei soliti disfattisti.
Quanto ai social network di grandi dimensioni, posso dire di avervi verificato la presenza di persone davvero capaci di condividere e partecipare; ma si tratta di “grandi uomini”, belle persone (naturalmente senza alcuna distinzione di genere), mosche bianche cui fa da contraltare una massa piuttosto amorfa di lurker, (termine che io traduco poco rispettosamente con “guardoni”), ”consumatori finali” capaci di lasciare traccia di sé solo nelle statistiche delle letture, salvo poi, ma già si tratta dei casi più “felici”, rielaborare i contenuti messi loro a disposizione per proporli in ambienti più prestigiosi o convenienti.
E’ con rammarico, ma, purtroppo, con una profonda cognizione di causa, che faccio questa amara considerazione. Grazie di avermi dato la possibilità di condividerla con voi.

Maddalena e Giuliana, mi avete offerto un ottimo spunto per una riflessione che mi sembra dare una risposta a quanto tutte e tre abbiamo evidenziato.

Qualcuno potrebbe obiettare che il concetto di “comunità di pratica” sviluppato da Wenger poco più di dieci anni fa, è vecchio come il mondo (in fondo non fa che unire i famosi detti “l’unione fa la forza” e “chi ascolta dimentica, chi vede ricorda, chi fa impara.”).  Allora perché c’è ancora bisogno di parlarne, di evidenziarne gli indiscussi vantaggi, di promuoverne l’attuazione?  Perché, come rilevato da Giuliana,  “le comunità di pratica (sono) sempre un argomento interessante”?

Maddalena dice: “Forse però alla base di ogni Community, ci devono essere, o si devono creare nel tempo, motivi forti di condivisione…”,  io affermo che  “I casi positivi […] riguardano attori […] capaci di credere nella bontà dell’impresa, di abbracciarla anche a costo di qualche sacrificio, di difenderla dagli attacchi dei soliti disfattisti” e infine Giuliana parla del progetto (davvero lodevole e interessante) nell’ambito del dottorato.

Tornando alla mia esperienza del 1996/1997, ricordo che si trattava di un corso di aggiornamento basato sul principio di Wenger (allora si parlava, evidentemente, di “lavoro di gruppo”) e che interessava ben settanta scuole superiori, ognuna chiamata a portare avanti un progetto interdisciplinare, che interpretava, in maniera libera e creativa, il tema unico proposto. Il lavoro fu difficile, le varie scuole lo portarono avanti in maniera più o meno produttiva, ma alla fine fu un vero successo per l’IRRSAE che lo aveva proposto.

Ora, confrontando quella situazione al lavoro di cui parla Giuliana, credo di aver trovato il bandolo della matassa.

E’ vero, l’italiano, come ebbi a dire anni fa, presenta una forte componente individualistica che ne limita la propensione alla collaborazione e, al tempo stesso, “Lo stato d’animo del popolo italiano è questo: – Fate tutto, ma fatecelo sapere dopo. Una mattina, quando ci svegliamo, diteci di avere fatto questo e noi saremo contenti” (Benito Mussolini, citato da Marco Travaglio, Annozero, 16/04/09). Allora che cos’è che può spingere a lavorare fattivamente, produttivamente insieme? Dal mio e dall’esempio di Giuliana mi pare di capire che, almeno nei casi non ispirati ad alti ideali profondamente sentiti e condivisi, abbiamo bisogno di una sorta di “autorità garante”,  un qualcosa di superiore che in qualche modo ci vincoli e, al tempo stesso, incentivi e tuteli la nostra creatività, attraverso la proposta di un obiettivo comune, la cui realizzazione implichi  un vantaggio tangibile, e pressoché immediato, tanto per il singolo, quanto per la collettività.

Che ve ne pare?.


9 Risposte to “Dalla saggezza popolare a Wenger: c’è qualcosa di nuovo sotto il sole? Ancora sulla comunità di pratica”

  1. Luca said

    Wenger non ha inventato niente e anche lui riconosce che il concetto di comunità di pratica è stata una teorizzazione di un qualcosa che esisteva nella realtà quotidiana sin dalle corporazioni medievali. Il fatto è tale modalità di apprendimento e di relazionalità si era perso nella società occidentale moderna, mentre invece persisteva nelle comunità africane. Wenger ha una formazione antropologica e quindi parte dallo studio delle società tradizionali, al tempo stesso associa a questa formazione teorica una di tipo manageriale acquisita e consolidata nel suo lavoro di consulente aziendale. Ecco il concetto di comunità di pratica è fondamentale sopratutto nel lavoro e nell’azienda, e non solo nella formazione.

  2. romaguido said

    Infatti non a caso l’impresa, forse più che ogni altra entità, si presta a rivestire il ruolo di “autorità garante”, un qualcosa di superiore che in qualche modo ci vincoli e, al tempo stesso, incentivi e tuteli la nostra creatività, attraverso la proposta di un obiettivo comune, la cui realizzazione implichi un vantaggio tangibile, e pressoché immediato, tanto per il singolo, quanto per la collettività”.

  3. Luca said

    Di chi è il pensiero virgolettato?

  4. romaguido said

    Tu replica… poi te lo dirò. Possibile che non riconosca il pensiero di “quella famosa pedagogista” che risponde nientepopodimeno al nome di … Rosamaria Guido? 😆😆😆😆😆
    P.S. Ho riportato solo quanto savevo critto nell’ultima parte del post.
    :-* Lo so che è faticoso e che il post era piuttosto lungo, ma a volte, se si legge tutto l’articolo, lil senso della discussione risulta più chiaro.. 😉

  5. romaguido said

    Ciao, Luca, a parte gli scherzi, mi aspettavo la tua osservazione sulla paternità del concetto di comunità di pratica, mentre mi ha un po’ colta di sorpresa (confesso che non la conoscevo) la interessante similitudine tra le corporazioni medioevali e le comunità africane.
    Conoscevo già invece l’utilità in ambito aziendale dell’apprendimento collaborativo, che vede nel sistema Toyota, messo a punto nei lontani anni 40-50, in netta antitesi con la filosofia della catena d montaggio di Henry Ford, una delle sue massime realizzazioni.

    A tal proposito, vorrei ricordare (mi sembra molto interessante, sopratutto se riferita all’ambito della formazione) la prima parte dello slogan Toyota: “Noi otteniamo risultati brillanti da persone di medie capacita che operano
    con processi brillanti e li migliorano”. In effetti il cooperative learning, e ancor più il CSCL, sono metodi che permettono di migliorare le performance e, di conseguenza, l’autostima degli allievi; per questo motivo, essi risultano particolarmente efficaci in quei casi in cui la diversabilità darebbe, con i metodi tradizionali, risultati alquanto deludenti.

    • Luca said

      Ciao Rosamaria, bene è tua la frase e ora ti dirò che ne penso. Wenger dice che le comunità di pratica all’interno dell’azienda debbono nascere spontaneamente, l’azienda può favorirne la nascita, ma non può imnporla in modalità top down. In questo senso Wenger utilizza la metafora del campo: l’azienda può favorire la nascita spontanea di comunità di pratica favorendo un terreno fertile e produttivo, un terreno aziendale dove sia favorito lo scambio e il confronto e dove non si sia un sistema aziendale verticistico. Dove c’è verticismo gerarchico il potere decisionale è accentrato nelle mani dei dirigenti e questo non favorisce iniziative spontanee nate dal basso. La spontaneità della nascita distingue la comunità di pratica dal gruppi e dai team che rappresentarono la svolta del modello giapponese di fabbrica rispetto al taylorismo che dominava nel sistema occidentale. Il bello della storia è che i giapponesi recepirono e applicarono un’intuizione di un autore americano che parlava di circoli di qualità e di lavoro per team di progetto, autore che però in patria non venne preso sul serio.

  6. romaguido said

    Si, Luca, anche in questo caso “nemo profeta in patria”. Ti dirò, io ho l’impressione che in entrambi i casi l’azienda vada a costituire un punto di riferimento (o di partenza, se vuoi), che unifica, raccoglie, abilita; in poche parole, mi sembra che tanto le comunità di pratica vere e proprie, quanto i gruppi ed i team, sotto l’ala dell’azienda, trovino comunque una spinta ad agire in funzione di obiettivi comuni, di cui l’azienda, in maniera più o meno esplicita, finisce col farsi garante in qualche modo.
    Per tornare a cose più concrete, ho notato che nei due esempi citati rispettivamente da Giuliana e da me c’era alla base una specie di compito, che gruppi creatisi più o meno spontaneamente, ma autorizzati, incentivati, tutelati, in un certo senso, da entità superiori (il corso di dottorato e la relativa università per Giuliana, il corso di aggiornamento e l’IRRSAE nel mio caso) sono riusciti a portare avanti. La stessa funzione unificatrice, facilitatrice, motivante potrebbe essere svolta, a mio avviso, dall’azienda, tanto in un assetto tipicamente gerarchico, che in una azione sorta dal basso in maniera assolutamente spontanea.

  7. romaguido said

    A questo proposito, ti riporto una frase di Wenger che mi è piaciuta molto:

    “Imparare è una questione di appartenenza ad una comunità tanto quanto un processo intellettivo coinvolge tanto il cuore quanto la testa.”
    Etienne Wenger

    Forse è proprio lì la chiave di tutto: chi mette il cuore nelle proprie attività è più capace di condividere, richiedere, accettare, capitalizzare e valorizzare il contributo dei pari.

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