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“Una voce fuori dal coro”

Posted by romaguido su 6 maggio 2009

 Johann Heinrich The Elder Tischbein - The Muse Euterpe, 1782

J. H.The Elder Tischbein - The Muse Euterpe, 1782 https//www.1st-art-gallery.com

Quasi totalmente risucchiati dal vortice delle tre “I”, che incombe ineluttabilmente nelle nostre menti come la panacea a tutti mali dell’istruzione, spesso dimentichiamo che la formazione personale non può prescindere dalla conoscenza e dalla frequentazione di quelle arti che hanno reso grandi l’Italia e gli italiani nel mondo. Così la musica, relegata a qualche ora settimanale nella scuola secondaria di primo grado, viene ridotta a cenerentola della cultura e riservata a quei pochi che hanno avuto la fortuna di nascere in famiglie, spesso di antica tradizione, in cui l’arte di Euterpe viene seguita e coltivata con passione.  Se poi prendiamo in considerazione i vari generi musicali, vediamo che il melodramma è senz’altro tra i più bistrattati, sebbene il suo primato trovi nella musica sinfonica e nel jazz due agguerriti contendenti.

Particolarmente interessante, a questo proposito,  mi sembra l’articolo di Omar Campise, un giovanissimo e brillante  professionista che, denunciando una grave pecca dell’attuale panorama educativo italiano, dice:

“Se la lirica è cultura il richiamo all’arte ed al bel canto dei più giovani è anche una questione di education. Le istituzioni scolastiche, quelle culturali, gli enti lirici e le Associazioni musicali dovrebbero rivolgersi ai ragazzi in modo da coinvolgerli al melodramma, alla melodia e alla storia della musica investendo nella loro crescita culturale anche attraverso proiezioni gratuite, ticket “verdi” e guide all’ascolto su misura. […] E se la televisione, internet, la crisi finanziaria ed il Grande Fratello non ci aiutano, non accontentiamoci di suonare una musica rara conosciuta solo ai melomani. Se i giovani parlano la lingua dei messaggini delle chat e si guardano attraverso le webcam non lasciamoli soli in balia delle apparenze. Non facciamoli fuggire come l’ora di Tosca. Crediamo in loro anche se non è conveniente. Provochiamoli, sproniamoli, facciamoli cantare. Anche se quella rimane spesso una voce fuori dal coro”.

Chi potrebbe dargli torto?

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18 Risposte to ““Una voce fuori dal coro””

  1. Baricco, potrebbe.

  2. arthur said

    Beh, in effetti bisogna vedere a quale tipo di musica bisogna abituare i giovani.
    La musica, tutta, dalla classica alla più hard, è comunque musica, è comunque melodia che, ognuna a modo suo, educa e sensibilizza.

    Io per esempio, non amo molto la musica lirica, eppure sono cresciuto in mezzo alla musica, in mezzo al bel canto, mia madre che suonava al pianoforte vecchie romanze, padre e parenti tutti canterini, una nonna con la voce da soprano, uno zio con la voce da tenore, io stesso suono e canto, eppure…

    Forse, malgrado tutto, non mi sono mai soffermato troppo sulla musica lirica e poi, amo molto il jazz che è totalmente un’altra cosa.
    Ma con questo, non è che la mia cultura musicale sia venuta meno, anzi.

  3. romaguido said

    Grazie, Arthur!
    Probabilmente tu rappresenti una di quelle eccezioni cui mi riferivo nel post e il fatto che non ami la musica lirica non mi pare inficiare la tesi di fondo. Credo che la conoscenza sia fondamentale per quella “educazione al gusto” (espressione, a mio avviso, un po’ abusata dopo l’avvento di Slow Food), che è alla base di ogni scelta consapevole. Privare i giovani del contatto diretto con certe realtà equivale, secondo me, a mutilarne l’orientamento a favore dei generi, a torto o a ragione, più dilaganti.

  4. romaguido said

    Riprendo la replica al commento di Giorgio Jannis, dopo aver letto più attentamente l’articolo di Baricco, che non mi sembra in antitesi con quanto detto da Omar, anzi!

    A beneficio dei lettori, diciamo che Baricco, dopo aver spiegato quali siano stati i motivi sacrosanti* che hanno portato al finanziamento pubblico della cultura in Italia e le cause del relativo fallimento, si dichiara contrario al fiume di denaro pubblico elargito, in nome della cultura, a teatri, associazioni, fondazioni, enti perennemente in perdita per uno strano malcostume (tutto italiano?).
    La soluzione suggerita dallo scrittore è sovvenzionare adeguatamente la scuola (perché i ragazzi possano essere educati alla cultura musicale, attraverso programmazioni scolastiche che prevedano lo studio della storia della musica) e la televisione, perché si inseriscano nel palinsesto programmi che, a dispetto dell’audience, permettano la crescita culturale di tutti i cittadini, nessuno escluso.
    Quanto agli spettacoli, le mostre, le conferenze, Baricco ne assegnerebbe la gestione ai privati, a suo avviso gli unici capaci di rilanciare la cultura riuscendo a far quadrare i conti.
    La cosa non mi trova affatto in disaccordo. In fondo, in un panorama del genere, niente vieterebbe alle scuole di stipulare contratti e convenzioni perché i giovani, adeguatamente preparati a scuola, possano assistere agli spettacoli nei luoghi tradizionalmente deputati alla loro rappresentazione.
    Fa bene, dunque, Giorgio Jannis ad usare il condizionale: Baricco potrebbe obiettare qualcosa, ma non mi pare che ce ne siano le reali condizioni.
    __________________________

    *1. “allargare il privilegio della crescita culturale, rendendo accessibili i luoghi e i riti della cultura alla maggior parte della comunità”;
    2. “difendere dall’inerzia del mercato alcuni gesti, o repertori, che probabilmente non avrebbero avuto la forza di sopravvivere alla logica del profitto, e che tuttavia ci sembravano irrinunciabili per tramandare un certo grado di civiltà”;
    3. “la necessità che hanno le democrazie di motivare i cittadini ad assumersi la responsabilità della democrazia: il bisogno di avere cittadini informati, minimamente colti, dotati di principi morali saldi, e di riferimenti culturali forti. Nel difendere la statura culturale del cittadino, le democrazie salvano se stesse, come già sapevano i greci del quinto secolo, e come hanno perfettamente capito le giovani e fragili democrazie europee all’indomani della stagione dei totalitarismi e delle guerre mondiali.

    • Il mio “potrebbe” era riferito al tuo di chiusura del post, quindi ha valore affermativo, nel senso che Baricco HA qualcosa da obiettare a visioni passatiste e lo dice chiaramente. Baricco in quanto melomane, peraltro. Ma la sua critica come hai giustamente notato è al sistema economico attuale (pubblico) di sostentamento di cultura morta in luoghi morti, e raccomanda “cultura e profitto”, mercato. Eresia agli orecchi di molti, certo.
      E non dice di portare i ragazzi in qualche modo istruiti verso i luoghi canonici della cultura come il teatro, ma di portare proprio il teatro a scuola. E non credo funzionerebbe se facessimo studiare Metastasio alle medie.

      Se infatti intendi portare il discorso sui contenuti, ti dirò che è grave che non si studi musica a scuola, ma non per studiare Chopin o Metastasio, ma perché la musica oggi è veicolo di posizioni identitarie, sociali, e su queste cose manca completamente cognizione e riflessione, mancando ad esempio in italia una cattedra universitaria di Pop Culture, come da trent’anni esiste nei paesi anglosassoni. Di questo avrebbero bisogno i ragazzini per capire sé stessi dentro codici moderni di espressione emotiva, di lineamenti di sociomusica, che potrebbe essere raccontata in un programma scolastico che parte dal blues elettrico degli anni ’40 per arrivare alla tecno, soffermandosi più sulla sociologia dei consumi giovanili che su fatto musicale in sé. Se poi si riesce a instillare curiosità per il discorso musicale, da quella trama di storia della musica i giovanissimi stessi sapranno andare a cercare quello che sentono necessario per la propria anima, risalendo se è il caso fino ai canti gregoriani, credimi.

      • Luca said

        Jannis mi trova sempre concorde. Certo che non esiste una cattedra di Pop Culture, da noi la culture è ancora nelle mani di dinosauri malodoranti e ripiegati su se stessi. Certo che siamo lenti, non siamo in armonia con niente.

  5. romaguido said

    Anch’io concordo con quanto dici, Jannis. In effetti, avrei voluto approfondire il tema relativo al teatro a scuola, ma sarebbe stato un discorso lungo; cercherò di riassumerlo.
    Per anni ne ho seguito e incentivato le attività nella mia scuola (e devo ammettere che, almeno in quel campo, i finanziamenti non sono mai mancati), così come i tentativi dell’apprendimento dell’inglese attraverso le canzoni, l’extrascuola con la musica. Ne riconosco il valore, ma so, per esperienza diretta, che la burocrazia è un grosso ostacolo all’estendersi di queste iniziative. La mia scuola, quanto a questo, è tra le mosche bianche: può contare su un istituto relativamente nuovo, su un anfiteatro in cui raccogliere i giovani senza dover ricorrere all’affitto di cinema o teatri (come avviene in altre istituzioni scolastiche), ha dei capitoli di spesa che permetterebbero iniziative valide. Ma, tra i tanti problemi, l’anfiteatro, per esempio, ha una pessima acustica. Ed è a questo che pensavo quando ho letto l’articolo di Baricco: se già diventa difficile seguire un discorso durante le assemblee d’istituto, che ne sarebbe dell’amore dei giovani per quelle forme d’arte che richiedono una certa limpidità (o limpidezza?) del suono? E poi, perchè privarli di quelle emozioni che solo, come dicevo, certi “luoghi deputati” possono dare? Che ne sarebbe, se quelle strutture, valide dal punto di vista architettonico ed acustico, venissero abbandonate?’ E non c’è il rischio che, lasciate ai privati, diventino dei suggestivi outlet, degli ipermercati cittadini o chissà che altro?.
    Non va dimenticato, inoltre, che alcune scuole sono addirittura senza palestra e che la maggior parte degli edifici scolastici è ben lungi dall’essere a norma; ma non voglio certo, per questo, buttare l’acqua con tutto il bambino; ecco, mi piacerebbe trovare una via di mezzo, sebbene abbia apprezzato, e molto, l’idea di “selezionare” i docenti in maniera diversa (senza avallare, di certo, la chiamata diretta proposta dalla legge Aprea), di retribuirli in maniera dignitosa, di mandare in prima serata trasmissioni culturalmente valide.
    Quanto a Metastasio, non credo che sarebbe necessario programmarlo nelle medie, laddove ci si preoccupi di inserire la musica anche nella scuola superiore.
    @ Luca
    Trovo di pessimo gusto l’espressione “maleodoranti” riferita alle persone. Cerchiamo di prendere il meglio da quello che questa povera, “lenta” Italia, “in armonia con niente” ci offre!

    Ancora grazie.

  6. Luca said

    Sei liberissima di trovare di pessimo gusto qualcosa. Io la penso così.E malodoranti era non per dire che puzzano ma per dire che non hanno idee, sono persone vecchie, sono impiegati statali senza motivazione. Il privato è molto diverso.

  7. romaguido said

    @ Luca
    Concordo con la validità del privato (che tuttavia non mi sembra disdegnare affatto l’appoggio della politica 🙂 ). Reputo infelice il termine che hai usato anche perchè portato malauguratamente agli onori della cronaca da chi mi sembra rappresentare “egregiamente” quell’Italia “lenta” e disarmonica di cui tu parli.

  8. Luca said

    Beh se Berlusconi è lento allora tutti gli altri sono fermi. Intellettuali di desta e di sinistra che in vita loro non hanno fatto niente, dipendenti dei ministeri che passano il tempo allegramente uscendo dal servizio, medici che in servizio sono a fare spesa, i finanzimenti alla cultura sono occasione di scambi di posti e di accordi politici. Ora non voglio fare il liberista, anche perchè il mercato da solo non funziona ma una cosa è lavorare e fare le cose per sè, altra è essere in una mentalità privata volta all’ottimizzazione delle risorse. La Regione Sicilia crea altri 560 dirigenti e tutto va bene, tanto c’è lo Stato che paga. Ecco la cultura gestita dal Pubblico è un fallimento e un buco nero di risorse e risorse.

  9. romaguido said

    “la cultura gestita dal Pubblico è un fallimento”
    Su questo sono pienamente d’accordo.

  10. romaguido said

    Un progetto da imitare:
    “Che cosa succede quando un insegnante scopre di avere delle passioni in comune coi propri alunni e che si può avventurare con loro nella realizzazione di un progetto di sicuro successo? Ce lo racconta Luca Piergiovanni, insegnante di una scuola del comasco giunto in poche settimane alla popolarità con la sua classe per un progetto radiofonico sul web”.
    Probabilmente era ad iniziative del genere che si riferiva Giorgio Jannis. Naturalmente si tratta di cose che non vanno improvvisate, per cui è indispensabile, come diceva Jannis, che i docenti siano adeguatamente preparati anche nel campo della cultura musicale.

    • Luca said

      L’importante è pensare e partire da idee nuove. Fatto questo l’applicazione tecnica anche se non facile viene. Certo se si rimane sempre a fare le stesse cose per 40 anni non si è neanche motivati a cambiare. E il guaio che è proprio così.

      • romaguido said

        Non facciamo di tutte le erbe un fascio! In parte hai ragione, tanti preferiscono ripetere per anni e anni la stessa solfa; ma non tutti, per fortuna, sono così. E poi a cambiare, inventare, modificare, sperimentare ci si diverte di più: perchè non farlo^

  11. romaguido said

    http://www.educationduepuntozero.it/Temi/Didattica_e_apprendimento/didattica/2010/02/22/altieri2.shtml

  12. notitiae said

    Complimenti per l’articolo e il sito web. Sempre molto pro e interessante… Volevo segnalare il nostro contributo per la lirica l’articolo, ultimo della Di Stefano sul melodramma, concerti e la situazione della Cultura in Penisola, anzi isola in questo caso… Ma la differenza è molto sottile!!!
    http://notitiae.wordpress.com/2010/10/20/primo-festival-della-lirica-a-cefalu-urlo-di-protesta-in-difesa-della-cultura/
    Grazie!!

  13. romaguido said

    Grazie, Notitiae. Quello che tu evidenzi é una triste realtà. Come rileva più di un commentatore all’articolo da te segnalatoci, in Italia siamo bravissimi nel trascurare l’enorme patrimonio artistico che i geni del passato ci hanno lasciato in eredità. Che peccato che si faccia di tutto perché le giovani generazioni non riescano ad apprezzarle. Altro che “educazione al gusto”… dell’arte, del bello, del buono!!!

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