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La scuola italiana giudicata da una ragazza finlandese

Posted by romaguido su 28 aprile 2009

Sono innumerevoli le discussioni che si accavallano nel web sulla reale natura dei nostri studenti (Analogici o Digitali?), sugli attuali metodi d’insegnamento, sui talvolta presunti fallimentari risultati italiani nell’indagine OCSE PISA. 

Su  Matematica e scuola troviamo il parere di un critico assolutamente al di sopra di ogni sospetto, una ragazza finlandese (la Finlandia è al primo posto nei risultati dell’indagine P.I.S.A.) che ha frequentato per un annola scuola italiana; ecco cosa dice:

“Non so se i finlandesi sono i migliori del OCSE – Pisa, ma diciamo che non sarebbe una sorpresa… Specialmente dopo il mio anno in Italia, ho iniziato a apprezzare la nostra sistema di scuola molto di più… Io penso che il problema in Italia è che le persone devono studiare a casa e poi vengono a scuola a fare l’interrogazione in cui devono proprio ricordare tutto a memoria parola a parola e poi se gli chiedi “perché?”, non sanno rispondere perché non hanno davvero capito quello che hanno studiato… in Finlandia invece io a volte non studiavo niente a casa e prendevo otto o nove dal compito soltanto perché avevo capito le cose durante le lezioni… e in Finlandia nel liceo i professori non guardano se io ho fatto i compiti a casa, lì loro pensano che siamo assai adulti per decidere le nostre cose e cmnq fa male a noi se non studiamo perché è la nostra vita. E questo fatto ci dava la possibilità di studiare di più quella materia che per noi era difficile e meno quella che era facile. E ci sono anche altre cose che non mi piacevano nella scuola italiana, per esempio l’ingelse… Io non ho mai nella mia vita studiato per esempio shakespeare qui in Finlandia, qui è importante che io so parlare inglese, invece in Italia voi studiate 2-3 anni la grammatica e poi iniziate a studiare shakespeare il quale scriveva inglese che nemmeno Samantha, che parla ingelse come la lingua materna, capiva totalmente… quindi come le persone possono imparare a parlare inglese, se studiano quel modo della lingua che è morto cento anni fa…questi sono i miei pensieri “

Ed è un dato di fatto che l’interrogazione continui ad essere lo spauracchio principale degli studenti italiani (basta contare i gruppi di facebook su questo tema), che le lingue si accaparrino una buona fetta delle insufficienze dei nostri ragazzi, che le lezioni frontali, tuttora preferite da un numero considerevole di docenti e addirittura caldeggiate dalle  commissioni che supportano la Gelmini, costringano ad  un più attento e faticoso studio a casa.

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20 Risposte to “La scuola italiana giudicata da una ragazza finlandese”

  1. […] Guarda Articolo Originale:  La scuola italiana giudicata da una ragazza finlandese « Tutor … […]

    • Simone said

      Non dice niente di nuovo. Molti professori di Italiano che fanno tanta grammatica e che pretendono dai studenti di parlare in italiano corretto e nello stesso incomprensibile. Poi argomenti in programma vecchi come il cucco che non servono per la cultura e la crscita culturale delle persone. Lo stesso vale per la matematica, dove professori vogliono che gli studenti sappiano i termini precisi, cioè parlino in matematichese senza saper parlare in italiano. I libri di testo inutili perchè non spiegano niente (forse perchè approvati dagli accademici e baroni). Si parla tanto di didattica ma i libri sono sempre gli stessi. Riporto solo una frase:
      “Noi dobbiamo riconquistare un linguaggio <> o <> nel quale non dominino le qualità di un singolo, ma esprima un tempo impegnato umanamente, oltre che scientificamente e tecnicamente, alla costruzione del luogo dove gli uomini possano svolgere la loro attività e trovare il loro riposo.”
      Dall’introduzione non riportata di “Lettere a una professoressa”, introduzione scritta dall’architetto Michelucci.

  2. jessica said

    Beh,non mi stupisce la reazione della ragazza. Ma certo lo studio come lo fanno loro è molto più semplice e non ti mette quasi mai a contatto con un libro a tu per tu, dovendoti basare sulle tue forze. Io sono un prodotto della scuola pubblica italiana, sono laureata in lettere classiche con 110 L: non è poi così impossibile. Certo ci sono delle cose da rivedere (più di qualcuna), ma insinuare che la scuola italiana è totalmente inadeguata mi sembra eccessivo.

  3. romaguido said

    Ciao, Jessica,
    non credo che nessuno voglia insinuare che la scuola sia totalmente inadeguata (ci butteremmo la zappa sui piedi, visto che molti di noi insegnano!); nel complimentarmi con te per i tuoi successi scolastici, devo però evidenziare che non tutti gli allievi italiani hanno caratteristiche tali da far raggiungere loro i traguardi più ambiziosi. Quello di cui ci preoccupiamo è perciò la ricerca di metodi sempre più efficaci ai fini formativi.
    Se la Finlandia è al primo posto nelle rilevazioni PISA, probabilmente i metodi educativi adottati in quel Paese sono almeno n linea con la filosofia del progetto, che mira sopratutto al saper fare (obiettivo non del tutto trascurabile).
    Poi, lo ammetto, anch’io ho molte perplessità su quel tipo di rilevazioni; ma questo è tutto un alro discorso.

  4. Anna Rita Vizzari said

    Interessantissimo! La penso allo stesso modo riguardo ai compiti a casa e all’apprendere in classe e proprio per questo qualche volta – nelle prime – devo replicare alle pur benevole osservazioni di alcuni genitori e alunni vecchio stampo (anche loro possono essere vecchio stampo!) che vorrebbero più compiti “meccanici” a casa piuttosto che soffermarsi a ragionare.

  5. romaguido said

    @ Simone
    Mi auguro che “ai studenti” sia dovuto ad una tastiera dislessica come la mia, 🙂 altrimenti dovrei pensare che, in effetti, le tante ore di grammatica non siano affatto proficue.
    Il “matematichese” dovrebbe essere ancora più semplice rispetto alla lingua italiana; a differenza di quest’ultima, infatti, ogni termine ha un suo preciso significato, il che permette, una volta imparatolo, di dire tutto con molta chiarezza e senza fare tanti giri di parole.
    Quanto al brano cui ti riferisci, nel quale mi pare tu abbia saltato qualcosa, non mi sembra che ci siano eccessive contorsioni verbali.
    Ti ricordo che i questionari P.I.S.A. per la lingua prendono in considerazione la comprensione di brani ben più lunghi di quello citato da te e che i ragazzi finlandesi hanno superato brillantemente quei test.
    Ricapitolando, Simone, ci stiamo chiedendo se ci siano di metodi capaci di far apprendere la lingua italiana e il “matematichese” (per rifarmi ai tuoi esempi), attraverso la risoluzione di problemi pratici strettamente connessi alla quotidianità degli alunni, in maniera che essi stessi ne comprendano l’utilità, attraverso la diretta applicazione a ciò che loro interessa di più. In poche parole, non si tratta di non imparare, ma di imparare diversamente, in una maniera più pratica e, se vogliamo, più divertente.
    Ti faccio un esempio: a volte mi capita, con i miei alunni, di parlare di percentuali, argomento che a loro, se si tratta di fare degli esercizi ed applicare delle formule matematiche, risulta ostico (difficile). Ora ho imparato che basta sostituire le calorie col prezzo dei jeans e le percentuali con lo sconto da applicare nel periodo dei saldi perchè i ragazzi riescano a fare il calcolo con una estrema velocità; questo avviene perchè lavorare su qualcosa di tangibile, che appartenga alla propria vita, che interessi, è più gradevole che operare in un ambito che si sente lontano dai propri interessi e dalle proprie esigenze. Non avendo a disposizione tutto il brano, potrei prendere un abbaglio, ma mi pare che questo sia proprio il pensiero dell’architetto che tu citi.
    Devo tuttavia darti ragione sul fatto che i programmi sono piuttosto stantii e che le riforme succedutesi in questi anni non hanno fatto che appesantirli ulteriormente. Lo stesso dicasi per i libri di testo, spesso ricchi di nozioni troppo particolareggiate e più per addetti ai lavori che per studenti da cui sarebbe bene pretendere la comprensione del solo concetto di fondo. A questo proposito, devo dirti che alcuni docenti preferiscono sostituire il libro di testo con dispense preparate ad hoc, ma non tutti pensano che il metodo sia davvero efficace.
    Come vedi, c’è qualcuno che si sta dando da fare e, se gli alunni si mostreranno aperti al dialogo, così come hai fatto tu intervenendo sul nostro blog, forse si riuscirà a trovare, insieme, una soluzione che, senza mutilare massicciamente i programmi di studio, riesca tuttavia a rendere più gradevoli ed efficaci tanto l’insegnamento impartito, quanto l’apprendimento che ne deriva.
    Grazie, Simone, saremo lieti di averti ancora tra noi.

    • Simone said

      Il discorso, secondo me, è proprio dovuto al linguaggio difficile. Io parlo specialmente della matematica. Io vedo studenti persi in quel linguaggio. Discutendo con dei matematici, questi dicono che il “matematichese” e i termini matematici sono una cosa, l’italiano un’altra. Ma poi non c’è da sorprendersi se gli studenti non riescono ad interpretare il linguaggio matematico facilmente. Poi la matematica adotta un linguaggio e una formulazione che va da destra verso sinistra. Un esempio è il minimo comune multiplo. Per calcolarlo si fa il contrario, cioè il multiplo comune minimo . E poi vorrei sottolineare che i libri di matematica sono pessimi (cosa che dicono anche i stessi professori della SSIS Lazio, che ho frequentato). Io parlo principalmente di scuola media e superiore(su cui si basa la mia poca esperienza). Io vedo che alcuni studenti che in classe hanno difficoltà a capire quello che dice la professoressa si mettono a leggere il libro a casa. Loro leggono il libro come se fosse un libro di italiano e non uno di matematica molto spesso. Come dice la studentessa finlandese , non capiscono il significato ma solo la regola. Un esempio è sempre il m.c.m. . Secondo me questo può essere abbattuto proprio grazie alla semplificazione del linguaggio o ad una sua rimodellazione. In fondo l’embodiment cognitivo di Lakoff dice in sostanza che tramite il linguaggio naturale si creano le metafore che portano a capire i concetti più astratti. Ma se uno ci pensa perchè numeratore e denominatore si chiamano così? Se sapete la risposta non importa secondo me, ma giustificare a partire dal linguaggio naturale i termini, faranno capire meglio i concetti. In fondo credo che quasi tutti i termini matematici (forse escluso quelli introdotti ultimamente) prendono il loro nome dal linguaggio naturale. In fondo in “Lettera ad una professoressa” Don Milani e i suoi allievi hanno passato più tempo a semplificare il linguaggio che a scrivere i concetti. Ciao.

  6. romaguido said

    Simone, i tuoi interventi sono ricchidi spunti di riflessione. Cercherò di darti un parere del tutto personale su quello che dici e lo farò con qualche esempio.
    Molti anni fa frequentai la scuola guida in un paesino della mia zona; tra gli iscritti c’erano molti operai con un basso livello di istruzione, ma l’istruttore pretendeva che imparassiero a memoria le definizioni del manuale. Ecco, mi sono sempre detta che quello era il peggior metodo per imparare a guidare, pensando, non a torto, che il guidatore debba, in realtà, solo sapere dove, quando, come andare sulla strada, non certo recitare in maniera irreprensibile la Divina cmmedia o il codice della strada!
    lo studiodella matematica si avvicina un po’ alla situazione appena presentata.
    E’ vero, all’inizio è necessario soffermarsi sul significato dei termini, sugli enunciati, sulle regole, ma solo un adeguato esercizio sull’applicazione di queste ultime renderà padroni della materia e farà si che le regole restino talmente impresse da poter essere applicate agevolmente, quasi meccanicamente e, al tempo stesso, con una certa creatività; mi vengono, per esempio, in mente i prodotti notevoli: puoi averne imparato a memoria tutte le regole, ma solo una nutrita serie di esercizi ti permetterà di riconoscerli e di sfruttarne appieno tutte le proprietà. Dico bene?
    Quanto ai libri di testo, non posso che darti ragione; la loro scelta è davvero basilare per ottenere dei buoni risultati. E, ripensando ai testi di matematica, fisica, genetica dell’università utilizzati all’università, non posso non ricordare la differenza sostanziale (didatticamente parlando) tra quelli come lo Zwirner e tutti gli altri!

    P.S. Bella la tua osservazione sui termini con lettura “concettuale” da destra a sinistra! Chissà se la spiegazione è da attribuire ad una esigenza di “bello stile” o non piuttosto al fatto che in fondo la matematica riale proprio agli arabi!

    • Simone said

      In fondo fare esercizi per rendere poi “meccanico” lo svolgimento degli esercizi è giusto. Ma ogni volta che lo studente deve applicare i prodotti notevoli in un nuovo argomento, molto spesso non capisce che il “nuovo calcolo” da fare visto in questo “nuovo contesto” è sempre il vecchio e caro prodotto notevole. Infatti molti studenti dicono: “e mo’ che faccio?”. Ci deve essere un equilibrio tra far capire e fare esercizi. A me piace parafrasare Churchill :
      “Il peggior modo per interiorizzare il calcolo algebrico e matematico è fare molti esercizi se si escludono tutti gli altri metodi CONOSCIUTI”. In fondo perchè Keplero ha appoggiato il metodo eliocentrico? Il modello precedente tornava quasi completamente con il vecchio metodo. Solo piccole imprecisioni. Lui invece ha ribaltato la corrente di pensiero che era sua, gli era stata impressa. E’ questo la difficoltà. Noi abbiamo impressi dei modelli che non è facile cambiare. La nostra “mappatura” è delineata e stabile, a meno di qualche cosina. Forse dovremo ribaltare i schemi classici che ci vengono da anni, secoli, millenni di idee. Ciao.
      P.S. Consiglio di leggere il libro “Le basi della matematica moderna” di Helmut Seiffert. Il suo libro basa molto la costruzione della matematica a partire dal linguaggio naturale e non comincia dalla teoria degli insiemi come fanno tutti (o quasi per quanto ne so)i matematici.

  7. romaguido said

    Probabilmente, Simone, hai centrato il problema; non a caso dicevo “solo un adeguato esercizio sull’applicazione di queste ultime renderà padroni della materia e farà si che le regole restino talmente impresse da poter essere applicate agevolmente, quasi meccanicamente e, al tempo stesso, con una certa creatività“.
    Padroneggiare una materia significa farsi domande talvolta inusuali e darsi risposte plausibili, magari utilizzando “altri metodi CONOSCIUTI”; ma, per far questo, bisogna che la materia piaccia, che si desideri davvero conoscerla a fondo, in poche parole, che si abbia passione per essa (passami il termine che oggi si usa sempre meno!). E proprio lì sta la difficoltà dell’insegnamento: far si che l’allievo si appassioni agli argomenti trattati e desideri esplorarne i più oscuri meandri.
    P.S. Il legame tra la matematica e il linguaggio naturale mi sembra un’idea davvero originale: inserirò il testo consigliato da te nella lista dei miei desideri, grazie!

    • romaguido said

      Rita Levi-Montalcini: “Passione ed emotività”

      Probabilmente la tesi della Prof.ssa Montalcini spiega l’insucceso dei ragazzi italiani nella matematica e nelle lingue: la convinzione (atavica) della difficoltà di queste materie genera una paura (stato emotivo) che blocca ogni desiderio di conoscenza (passione); da qui la difficoltà nell’apprendimento diqueste materie.

      • Simone said

        Secondo me il problema della scuola è che “non c’è il problema”. Con questo voglio dire che fino a qualche decennio fa la scuola superiore era frequentata da pochi, dato anche il fatto che l’età dell’obbligo era molto più basso. Inoltre i “facoltosi” mandavano gli studenti nei licei, i meno “facoltosi” nei professionali. I professori utilizzavano quella didattica e i “pochi” studenti recepivano (non so quanto e non avevano voce in capitolo). Adesso la scuola è diventata per tutti e l’obbligo scolastico è aumentato (pure se nel SUD sembra che le cose non siano cambiate tantissimo). Quindi i professori, che molto spesso sono quelli di una volta, si trovano tante nuove menti, e il metodo per spiegare quei argomenti (specialmente per la matematica) non va più bene. Tanta gente, allora diverse intelligenze, diverse disponibilità dalle famiglie a sostenere il figlio in caso di difficoltà, ecc… . Secondo me “il problema” è l’allargamento a tutti gli studenti della scuola SENZA che i professori abbiano cambiato comportamento o ABBIANO avuto il tempo di cambiare. E’ come se produci fino ad oggi 100 Kg di pomodoro e il giorno dopo ti dicono che ne devi produrre 1000 Kg . All’inizio avrai difficoltà e molti di questi non saranno saporiti e andranno buttati. Ma con il tempo impari a fronteggiare questa nuova situazione e vedrai che 1000 Kg saranno prodotti facilmente. Ciao.

  8. romaguido said

    Simone, senza saperlo mi hai chiamata in causa negli ambiti che mi stanno più a cuore: apprendimento nei professionali, prevenzione della dispersione, agroalimentare. Mi sono occupata a lungo di questi argomenti, anche in maniera pionieristica e/o sperimentale e devo dirti che in parte hai centrato nel segno: è un dato di fatto che, laddove si privilegi la resa, si debbano poi fare i conti con una qualità scadente, quindi dubito che i 1000 Kg. di pomodori possano essere buoni come i 100. Ma tu tiri in ballo le diverse intelligenze; allora, per restare in campo agronomico, non c’è che da effettuare la rotazione delle culture. coltivare le leguminose che arricchiranno il terreno per una migliore produzione di pomodori. I Professionali sono un vivaio ricchissimo di intelligenze, sono estremamente stimolanti per un docente che voglia ricercare nuovi e più efficaci metodi di insegnamento/apprendimento. E sono quasi una scuola di frontiera, laddove è fortemente necessario un recupero di quei prerequisiti, di quelle abilità che, spesso (ma non sempre), per motivi economico-sociali, i ragazzi non hanno. I professionali sono la nave-scuola su cui imbarcherei tutti i docenti alle loro prime esperienze (altro che anno di prova e tirocinio!); solo allora, forse, assisteremmo ad una vera e propria, fattiva, efficace, rivoluzione educativa nella scuola italiana.
    E c’è da dire che, tuttavia, nei confronti dei professionali c’è una certa diffidenza, che nasce dalla NON conoscenza; durante la mia carriera, ho avuto modo di partecipare, con i miei alunni, a manifestazioni di integrazione scuola-territorio ed ho SEMPRE registrato la meraviglia degli “spettatori esterni” a quella realtà per le notevoli abilità e competenze dimostrate da quegli studenti, a cominciare dai diversamente abili, di cui le scuole professionali, per ovvie ragioni, pullulano.
    E non dimentichiamo che la riforma delle superiori è partita proprio dai professionali, col Progetto ’92, che i test inseriti, a mo’ di blitz, nell’esame di stato si somministrano in quelle scuole da più di un decennio, che la società ha bisogno di cultori dello “bello stile”, di esperti superMASTERizzati (bella questa!), ma anche di lavoratori manuali che operino, con dignità, creatività, intelligenza, cognizione di causa, nella odierna società.
    Grazie ancora per i tuoi interventi ricchi di spunti di riflessione.
    P.S. Che ne diresti di fare, come si faceva una volta nei corsi di dattilografia, qualche cartella di “gli studenti”, “agli studenti”, “quegli studenti”? La mia tastiera è vecchia e malandata ma, a furia di esercitarmi, la sto addomesticando. Provaci anche tu.

    • Simone said

      Ciao. Io a proposito vorrei citare le parole di Emma Castelnuovo che in sostanza dice che proprio la mancanza di controlli, che ADESSO permettono i maggiori problemi di sperpero di risorse nella scuola, ha reso possibile scrivere e provare una nuova didattica. Però di Emma ce ne sono poche “per fortuna”. Per fortuna nel senso che se ce ne fossero troppe ci sarebbe il problema opposto, cioè glii studenti non avrebbero una continuità di metodo (specialmente perchè in Italia certe classi cambiano il professore di tale materia (la matematica, ndr) anche molte volte in un anno) dato che tutti sperimenterebbero metodi nuovi e DIVERSI.
      Io ho cominciato questo anno. Ho trovato una supplenza in una scuola paritaria, in un quarto anno di un Professionale Serale per i Servizi Sociali. Avevo deciso la prima lezione di dire certe cose e invece poi ho pensato di chiedere : “Cosa vi ricordate di matematica?”. Loro mi hanno risposto niente. E da lì sono partito, dal niente. Riporto questa situazione per dire che proprio in queste scuole, dove i controlli sono molto spesso pari a zero, ho potuto affrontare un modo di procedere e cercare di spiegare le 4 operazioni in un modo forse diverso, senza seguire troppi canoni e libri (anche perchè non si trova un libro di quarto che parta dalle 4 operazioni fino a giungere al programma vero e proprio). Il problema è che il programma vero e proprio non sono riuscito e non sto riuscendo a farlo. Sto cercando di riflettere con gli studenti sulle operazioni e il loro significato cercando di partire dal linguaggio naturale e da problemi pratici. Però, facendo così vedo che gli studenti sono abbastanza interessati, ma vorrebbero fare meno concetti e più esercizi. Quindi ritorna il concetto espresso prima. Devo trovare un equilibrio tra concetto ed esercizi. Ciao.

  9. romaguido said

    Ragazzo mio (permettimi questo tono, vista la tua giovane età), mi sa che, andando di questo passo, ci troveremo a scrivere un trattato di didattica e recupero delle abilità; forse, a questo punto, sarebbe bene che preparassimo dei post sui diversi argomenti, in modo da trattarli singolarmante in maniera più organica.
    In questa sede tu tiri in ballo un altro spinoso problema delle scuole italiane, i corsi serali, che potremmo ascrivere in un capitolo a sè.
    Se, infatti, i professionali rappresentano una palestra per il recupero dello svantaggio, i corsi serali, emblema dell’esigenza del life long learning, rappresentano la cartina di tornasole di tutto un sistema educativo. Dice infatti Suchodolskji (B. Suchodolskji, L’educazione permanente in profondità, Alfasessanta, Padova 1992): «non dalla comunità educante dipende l’educazione permanente ma, al contrario, dall’educazione permanente dipende la dimensione educativa della società».
    Ed è probabilmente da questa dimensione formativa che bisognerà partire per un auspicabile rilancio dell’istruzione in Italia. Grazie a te.

  10. romaguido said

    Da speculum maius qualche nota sul sistema finlandese d’istruzione ed il raffronto col rapporto UNLA 2005 sull’analfabetismo in Italia:

    “Don Milani, dicevamo… Quello della scuola che sta a passo con gli ultimi. Come la Finlandia. Quella degli studenti che arrivano sempre primi e sulla quale De Mauro afferma:
    Molti segreti del miracolo sono svelati. Per esempio, il maestro ha uno o due assistenti, l’apprendimento è dappertutto cooperativo, l’ultimo comanda i ritmi, come fu da noi a Barbiana e Vho di Piadena, come è qua e là nelle scuole dell’infanzia e elementari.
    Leggere e guardare per credere.
    Ma la scuola finlandese gode di un investimento in PIL del 6,4%, inferiore solo allo svedese, ma largamente superiore a USA, Francia, Regno Unito, Germania.
    Lo stato cura l’edilizia e decentra il resto dei fondi ai comuni e per questi la scuola è la priorità. Non da ora: il non saper leggere la Bibbia fu cancellato nel Seicento. Dunque non ci sono analfabeti.
    Da noi non è così, purtroppo. Il rapporto UNLA sull’analfabetismo in Italia del 2005 riportava:
    Il 12% della popolazione è analfabeta e senza alcun titolo di studio, si tratta di circa sei milioni di cittadini.
    Il 33% della popolazione (7,5% di laureati e 25,85% di diplomati) è in grado di affrontare le sfide della società contemporanea in quanto ha la formazione di base necessaria.
    Il 66% (30,12% con licenza media, 36,52% con semplice licenza elementare) dispone di una formazione insufficiente per partecipare informata allo sviluppo della società della conoscenza. Si tratta di 36 milioni di italiani da considerare analfabeti totali, semi-analfabeti o analfabeti di ritorno, comunque non in grado di affacciarsi sul mondo del lavoro e difendersi di fronte ai continui cambiamenti che lo hanno investito.
    La situazione è più grave dal centro fino al sud e alle isole…

    Mi fermo qui o devo continuare?

  11. Sofia said

    Ma avete mai chiesto a un Finlandese quale é la capitale d Italia? Io si anzi io e Claudia, dicono pensano che é MILANO e che il Vaticano é a Palermo. 🙂
    Certamente il sistema migliore non é quello Italiano ma non sono bravi neanche loro……
    Per me il sistema migliore é quello tedesco senza dubbi..

  12. romaguido said

    @ Sofia:
    Beh, di sicuro non vi siete imbattute in finlandesi molto preparati in geografia (ma in quello difettiamo tanto anche noi); passi per Milano, che risulta la capitale in molti campi (dalla moda all’industria, passando per il terziario), ma Palermo sede del Vaticano è davvero bella (forse un po’ di confusione tra la presunta mentalità ristretta dei siciliani e la morale cattolica?).
    Come dicevo, le rilevazioni OCSE-PISA mi lasciano un po’ perplessa e, del resto, c’è chi, ad una rilettura del sistema scolastico finlandese, evidenzia qualche pecca. Tuttavia devo rilevare che alcuni metodi, come dice Anna Rita Vizzari, con la quale mi scuso per l’imperdonabile ritardo nella replica, sono davvero validi e andrebbero applicati anche da noi su larga scala.

  13. romaguido said

    Ecco, per esempio, alcune considerazioni sull’indagine OCSE.

  14. romaguido said

    Il ministro Mariastella Gelmini: “I risultati della ricerca Ocse evidenziano una serie di criticità del sistema scolastico italiano che ho più volte segnalato. In primo luogo serve la valutazione dei docenti legata alla progressione di carriera. Poi l’Ocse conferma che non sempre la qualità della scuola è legata alla quantità delle ore di lezione e alle risorse investite. È indispensabile accelerare le riforme”.

    Ma sarà davvero così?

    Ocse, il rapporto-shock “Prof sottopagati e lasciati soli”

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