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Quale disciplina?

Posted by romaguido su 2 aprile 2009

Sempre più spesso, negli ultimi anni, docenti, genitori, adulti più o meno coinvolti nel processo educativo vanno chiedendosi che cosa abbia portato alla indisciplina dei giovani d’oggi, ben diversa dalla ribellione  sessantottina o  dalla  contestazione del 1985.

In un suo articolo, che a mio avviso ogni educatore dovrebbe tenere sul comodino e leggere di frequente a mo’ di vademecum,  Pier Cesare Rivoltella, dopo aver  spiegato il significato del termine disciplina, tanto dal punto di vista pedagogico che da quello sociologico e psicologico,  passa ad analizzare il mutamento  che ha portato alla situazione attuale e ad indicare la via perchè tutto rientri in una norma tale che i giovani possano crescere secondo norme non rigide, anzi nate dalla libertà del singolo che, grazie alla testimonianza dell’adulto, riesce a raggiungere quella <“disciplina soggettiva” che cresce proprio nella relazione educativa e che non è resa nulla dall’autorità, anzi ne costituisce uno dei fini.>

Rimandandovi all’intero articolo citato per un dottoe partilareggiato, ma niente affatto pedante  approfondimento della materia, ve ne  riporto qui la parte finale,  quella contenente delle preziosissime indicazioni sul rapporto da creare con i soggetti in formazione:

Perché ci siamo disfati della disciplina? Perché abbiamo liquidato con essa l’autorità e il suo valore educativo? La risposta può essere trovata in tre possibili motivazioni. Vi è anzitutto un motivo storico. Abbiamo confuso l’autorità con la disciplina oggettiva riducendola ad autoritarismo. Ha pesato in questo l’apologia della disciplina e dell’autorità celebrata dal Fascismo, che ne ha fatto uno strumento di vessazione e disumanizzazione: nella misura in cui la Repubblica trova proprio nella negazione del Fascismo uno dei suoi fondamenti, è stato inevitabile che con esso venisse negata la caricatura dell’autorità in cui si era identificato. In secondo luogo (motivo ideologico) abbiamo travolto l’autorità nel processo ai padri che abbiamo celebrato a partire dal ‘68. La disciplina e l’autorità sono state ritenute incompatibili con l’esercizio della libertà e della democrazia: ci si è convinti che solo eliminandole fosse possibile restituire all’individuo la possibilità di essere se stesso, di crescere libero. Infine (motivo sociologico), soprattutto negli ultimi dieci-quindici anni, abbiamo liquidato l’autorità perché come adulti ci siamo accorti di non saperla più esercitare. In questo terzo caso stiamo parlando di una rinuncia. La crisi della funzione genitoriale e delle figure educative in genere sta sullo sfondo di questo processo. Crisi della funzione genitoriale: perché la trasformazione dei tempi e delle forme del lavoro rende la carriera sempre più ingombrante e la stabilità economica sempre più difficile da raggiungere spingendo in avanti negli anni il tempo della generazione; perché c’è sempre meno tempo per i figli; perché spesso ci si trova a crescerli da soli e ci si convince che vadano protetti e non educati. Crisi delle figure educative: perché crescono a dismisura i compiti di cui le agenzie educative vengono caricate (le tante “educazioni”, dall’ambiente alla sessualità, dalla cittadinanza alla salute, …); perché con proporzionalità inversa diminuisce vistosamente il prestigio sociale delle professioni educative; perché queste professioni ancora stentano ad essere pensate come tali e questo allontana la possibilità che si pensi con serietà alla loro professionalizzazione. Tenere presenti sullo sfondo questi motivi costituisce la premessa indispensabile per qualsiasi tentativo si possa fare di giungere a un ricupero dell’autorità e della disciplina nel senso che sopra abbiamo provato a spiegare. Questo ricupero impone tre scelte che costituiscono anche il passo finale del mio intervento. Una scelta di principio. Occorre riappropriarsi dell’autorità attraverso un ricupero della testimonianza. Ricominciare a essere testimoni! Il problema non sono le giovani generazioni; il problema siamo noi adulti. Se non avremo il coraggio di tornare a percorrere i sentieri della testimonianza continueremo a non essere autorevoli, cioè non saremo significativi per i ragazzi che invece si aspettano da noi che lo siamo. Sapersene riappropriare significa ristabilire il dialogo tra noi e la loro libertà. Come dice bene Rahner (1975; 236): La testimonianza, quale libera autorealizzazione dell’uomo testimoniante, fa appello alla libertà di chi l’ascolta Una scelta di metodo. Occorre ritrovare i tempi e i modi per: – l’ascolto e l’osservazione. Le ricerche recenti sulla condizione degli adolescenti ci dicono che pare terminata l’epoca della socializzazione orizzontale. L’avevamo salutata come una conquista: che la socializzazione fosse orizzontale ci pareva implicasse il guadagno di relazioni più paritarie, più democratiche; qualcuno si era illuso che tutto si potesse risolvere a livello di relazioni tra pari. Oggi sappiamo che vi è un prepotente ritorno del bisogno di socializzazione verticale. L’adulto ha la possibilità di tornare a essere significativo, ma non dimostra di saperla cogliere perché ha disimparato ad ascoltare, non sa osservare e quindi non riesce a capire quali siano i bisogni profondi dei ragazzi; – l’esempio e la motivazione. Fare vale più che dire e spesso una parola detta al momento giusto, un tocchetto sulla spalla, una carezza sono più eloquenti di molti discorsi. La motivazione è fatta di attenzione, di incoraggiamento, di sollecitudine; è dire al ragazzo che ci sta davanti che per noi è importante; – la responsabilizzazione. Dare responsabilità significa far sentire la fiducia. Chi non sa responsabilizzare non vuole correre rischi, si illude che il controllo sia più sicuro. Ma oggi la complessità sociale entro cui i più giovani vivono li sottrae completamente a qualsiasi possibilità di controllo da parte dell’adulto. Solo se sapranno essere autonomi ne potranno venire a capo e l’autonomia si costruisce solo attraverso la responsabilità; – il confronto e la correzione. Vivere il confronto significa aprire uno spazio di mediazione, porre in relazione i punti di vista, discuterli senza doppi fini e senza non detti. Solo attraverso il confronto si può costruire la consapevolezza. Ma confronto non significa rinunciare a correggere. La correzione certifica il ragazzo nella sua esistenza, lo rende sicuro che per l’adulto lui è importante. Se ti correggo vuol dire che per me conti; al contrario se non ti dico mai nulla vuol dire che sono come tutti gli altri e mi confondo con la routine delle cose da fare. Il permissivo, chi si rifiuta di correggere, non educa ma sottoscrive la sconfitta dell’educazione: Il permissivo, tutto sommato, è un autoritario incapace di farsi obbedire. (…) Il permissivo tende a lasciar cadere ogni responsabilità perché gli è stato sottratto l’unico strumento educativo che lui conosca: l’autoritarismo (Bernardi, 2002; 32-33). La terza scelta è una scelta di stile. Essere autorevoli, insegnare la disciplina interiore per rendere liberi, vuol dire vivere l’amore esigente. Cosa significhi ce lo suggerisce Don Bosco, che così scrive negli Articoli generali del Regolamento per le case: Farsi amare insieme ed anche temere dai giovani. Questa è cosa facile. Allorché i giovani vedono che un assistente è tutto sollecitudine pel loro bene non possono fare a meno che amarlo. Quando vedono che l’assistente non lascia passar cosa alcuna, ben inteso, cose che non vadano bene, ma di tutte le mancanze li avvisa, non possono fare a meno che aver di lui un certo timore, cioè quel timore reverenziale che si deve avere verso i loro superiori. Di una cosa deve guardarsi bene l’assistente ed è quella di non abbassarsi tanto coi giovani medesimi sia nei discorsi, come negli atti e specialmente nei giuochi: deve prendere parte in tutto, ma nello stesso tempo tenere un’aria di gravità, far vedere col suo contegno d’essere loro superiore (Braido, 2000; 339-340).

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3 Risposte to “Quale disciplina?”

  1. Ci siamo disfati della disciplina perché abbiamo capito che tanto solo senza rispetto si diventa primi ministri…

  2. romaguido said

    😆

    🙄

    😥

  3. se la disciplina è quella che ci trasmettono tutti i giorni le reti telefisive siamo ad un passo dalla rovina 😐

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