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Il tutor on line e lo statuto epistemologico di una professione

Posted by Luca su 1 febbraio 2009

L’e-learning, la formazione on line, è in continua crescita e sta diventando un vero e proprio business sia se rivolta alla grande impresa sia se pensata per la scuola o per l’università. Il nostro gruppo nasce per approfondire una figura chiave della formazione on line: quella del tutor on line. Si parla anche di educator on line, un profilo che in altri paesi è già noto mentre in Italia comincia solo ora a essere richiesto. In alcuni articoli abbiamo riflettutto sulla figura del tutor on line, cercando di delinearne un identikit, in particolare evidenziando il profilo di un esperto con il khow how pr progettare, organizzare e gestire iter formativi supportati dal web. In ogni caso si è passati da un e-learning erogativo e di tipo e-teaching, a un vero e proprio e-learning in cui l’education non è solo interattiva ma comincia a essere a domanda.

La professione dell’educator on line comincia quindi a delinearsi sempre di più, soprattutto in seguito all’incremento del fatturato connesso alla formazione on line: basti pensare che nel 2008 il giro d’affari sull’e-learning ha superato i 500 milioni di euro.

 Ma cosa rende una professione, una professione forte? Quale è lo statuto epistemologico di una professione?

Avete mai provato a presentarvi come tutor on line? Penso che pochi  sanno cosa significa e cosa fa un professionista della formazione on line. Ho lavorato per 7 anni come educatore in un collegio e ogni volta mi toccava spiegare cosa fa un educatore in una struttura residenziale con minori e anche oggi come assistente sociale mi capita spesso di trovare persone che confondono questo lavoro con quello di chi presta assistenza a anziani ricoverati in strutture di riposo.

Ci sono invece professioni con statuto epistemologico forte che non hanno di queste non considerazioni: se uno dice faccio l’avvocato, il medico, il commercialista quasi nessuno pensa ma che lavoro fa?

Cosa rende una professione tale?

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15 Risposte to “Il tutor on line e lo statuto epistemologico di una professione”

  1. Anche tu educatore di comunità? Che coincidenza!

    E comunque, è proprio un gran bel lavoro: chiaramente se ti mettono in condizioni di svolgerlo.

  2. romaguido said

    Certo, Luca, le nuove figure professionali vanno spiegate, fatte conoscere, divulgate.
    Quelle canoniche, che possono contare su vecchie corporazioni, ordini professionali “forti”, interessi economici, tariffari ufficiali, sono, invece, note a tutti.
    Io credo, tuttavia, che alla base di ogni lavoro ci sia la persona umana, con la propria professionalità, le proprie competenze, la propria intelligenza, la propria creatività.
    Se le figure professionali classiche cui tu accennavi hanno uno statuto epistemologico ben definito, ciò non toglie che ci siano medici, commercialisti, avvocati cialtroni e non c’è ordine professionale che possa difenderli o dargli la dignità di persone oneste.
    Le nuove professioni cui tu accenni, compresa quella del tutor on line, si possono definire ancora oggi di “nicchia”.
    Sta ad ognuno farsi conoscere nel proprio ambiente, partecipare attivamente alle iniziative di ordini e associazioni, collaborare fattivamente al riconoscimento delle proprie funzioni e della propria professionalità.
    E’ vero (e qui do ragione a Lady), nei campi da te citati, così come in molte altre professioni, è difficile poter dimostrare tutte le proprie competenze. Io trovo che, a questo riguardo, molto dipenda da una programmazione istituzionale che risente di clientele e influenze politiche non sempre lineari, non sempre a favore del cittadino, utente ultimo di alcuni servizi utili, anzi necessari, ma che il più delle volte sono nati con la sola intenzione di creare posti di lavoro per una ristretta cerchia di persone non sempre preparate, non sempre volenterose, non sempre impiegate al momento giusto, nel posto giusto.
    Nella mia vita professionale, ho avuto modo di veder nascere alcuni servizi (sociali), di frequentare corsi fianco a fianco con alcuni oeratori, di collaborare con questi ultimi, di valutare la loro capacità di applicare le conoscenze acquisite. Beh, se devo essere sincera, da tutto ciò non ho potuto rilevare un quadro propriamente edificante.
    Spesso, inoltre, i servizi nascono prima ancora di aver chiarito per bene la loro reale funzione all’interno del territorio e, sopratutto all’inizio, si annaspa per giustificare l’assunzione di un certo numero di persone, che vengono impiegate in maniera impropria, senza sfruttarne, nè esaltarne appieno le relative competenze. In seguito, ci si adagia, portando avanti per inerzia quanto iniziato partendo col piede sbagliato.
    Mi rendo conto che la mia può risultare una critica spietata; purtroppo questa è la mia esperienza.

  3. Luca said

    Ciao Lady, dimmi di più. Hai lavorato come educatrice? Allora sai come è considerato questo lavoro.

  4. Luca said

    Rosamaria per quanto riguarda i servizi erogati da comuni,ospedali, e altri centri sono d’accordo con te. L’assistente sociale in ogni caso è una professione coperta da albo e esame di stato e quindi dovrebbe avere una sua autonomia di professione. Il codice e la legge istitutiva dell’albo attribuiscono all’assistente sociale delle competenze peculiari.
    Detto questo cosa rende una professione una professione anzichè un impiego?

  5. romaguido said

    L’amore, la dedizione, le competenze, il rispetto per se stessi, per i propri colleghi, per i propri “utenti”, l’interpretazione “creattiva” delle proprie mansioni.
    A parità di livello, classe stipendiale, ecc., la capacità di eseguire con cognizione, competenza, creatività anche i compiti più umili fa di ogni impiego una vera e propria professione.

  6. Diciamo che sei un impiegato quando qualcuno ti “impiega” come propria longa manus, impedendoti di fatto di metterci del tuo.

    Sei un professionista quando sono le tue competenze, la tua serietà etc. quelle che guidano le tue parole e le tue azioni.

    *** Può andare come definizione? ***

  7. romaguido said

    Per cui sono “impiegati” solo quelli a cui qualcuno impedisce di mettere a frutto le proprie competenze?
    Consentimi di dissentire.
    No, non sono solo gli altri che ci impediscono di esprimere al meglio le nostre capacità; a volte siamo noi, con la nostra prosopopea, il senso di potere che ci viene dall’essere arbitri (ma è poi proprio così?) di una stupida pratica o responsabili di un servizio più o meno utile al prossimo, che ci presentiamo come vili “impiegati”. Eppure basta così poco a volte: un sorriso, una spiegazione chiara e circostanziata, un tono cortese; sono anche queste le cose che fanno la differenza, che fanno di un semplice impiegato una persona preparata ed efficiente.

  8. E io dissento dal tuo dissenso, anche perché quello da cui tu dissenti non è quello che io intendevo. In genere, se uno assume un impiegato, è chiaro che lo fa per le sue competenze, e si spera che gliele faccia mettere a frutto. Io ne facevo una questione di “libero arbitrio”, consentimi il termine. E’ chiaro che i sono cose, anche piccole, che fanno la differenza, ed è chiaro che un qualsiasi impiegato, operaio etc. può operare con coscienza e professionalità. Poi, si può essere professionisti perché molto esperti nell’attività che si svolge (ma l’Italia pullula di dilettanti allo sbaraglio), e si può essere “professionisti” perché liberi di impostare la propria attività secondo il proprio criterio professionale.

    Ciò premesso, un impiegato non diventa un professionista perché è sorridente e cortese (e, perdonami la polemica, la cortesia e la disponibilità non lo rendono neanche più preparato).

  9. romaguido said

    In questo caso, cambiando l’ordine dei fattori il prodotto cambia.
    “L’Italia pullula di dilettanti allo sbaraglio”. E’ vero, quindi pensare che tutti gli impiegati vengano assunti per le proprie competenze è una visione ottimistica della realtà; inoltre, di solito l’ignoranza si accompagna all’arroganza, alla presunzione, alla scortesia.
    Detto ciò, una persona che possieda tutte le competenze richieste dalla propria funzione, che sappia trasmettere ai colleghi e all’utente le conoscenze necessarie, rendendo così più efficiente un servizio, che si rivolga al prossimo con le aupicabili buone maniere dimostra di avere una professionalità che invece non può vantare chi lavora maldestramente, per ignoranza o disaffezione, e scarica, di conseguenza, sui malcapitati utenti le proprie frustrazioni.

  10. Questo è pacifico. Come vedi, basta mettersi d’accordo sui termini.

    Comunque io non intendevo dire che “gli impiegati vengono assunti per le loro competenze”: dovrebbe essere così, ma a volte sono altri i “fattori” che influenzano le assunzioni (e i risultati si vedono, si sentono, si toccano con mano… ).

    Anche relativamente ad altri principi che tu affermi, il discorso è lungo… uno potrebbe voler trasmettere le proprie competenze e l’interlocutore non avere nessuna voglia di acquisirle, spesso al grido di “tanto lo stipendio me lo danno lo stesso”, o semplicemente non accettando che qualcuno abbia qualcosa da insegnare (e qui torniamo al discorso dell’arroganza, grossa nutrice dell’ignoranza).

  11. romaguido said

    Sui motivi delle assunzioni, ti rimando al # 2, invece, per quanto riguarda i termini, mi pare non ci sia bisogno d’intesa, visto che entrambe usiamo la lingua italiana contemporanea.
    Unica precisazione: “la cortesia e la disponibilità non lo rendono neanche più preparato“; non a caso parlavo di “una spiegazione chiara e circostanziata“: difficilmente un ignorante sa darla, quindi è evidente che chiunque sappia darla sia una persona preparata, oltre che cortese e disponibile.
    Detto questo, non nego che in Italia ci siano competenze sottoutilizzate, il che è un vero peccato, tuttavia penso che le persone più preparate possano svolgere con maggior cognizione di causa, quindi con più efficienza e conseguente autogratificazione anche lavori per il quali possano sembrare sprecati.

  12. Luca said

    Ok Rosamaria e Lady,
    ho letto con attenzione le vostre definizioni e mi ci ritrovo o almeno penso di ritrovarmici.

    Parto da un esempio televisivo: sono sempre stato amante del film in versione didattica e sul cineforum ho scritto una mia tesi di laurea: “Il cineforum come strumento pedagogico di comunità”.

    Ecco le mie definizioni:

    Professionista: vedo il professionista nel modello del dr. House: un medico competente che riesce a dare risposte ai quesiti che gli si pongono. Rientra perfettamente nella definizione di Lady e al tempo stesso rientra al contrario come non impiegato (il dr. House non è longa manus di nessuno).

    Rosamaria giustamente fa notare che un professionista oltre alle competenze tecniche (diciamo competenze hard) dovrebbe possedere competenze trasversali (o soft) diciamo competente relazionali, di ascolto, di empatia.
    Il dr. House è un egocentrico e se ne frega delle relazioni sociali.

    Un professionista medico deve avere competenze relazionali e ora infatti i corsi di medicina prevedono corsi di ascolto e di empatica, corsi di psicologia e di sociologia (le competenze a cui fa riferimento Rosamaria).

    Certo è meglio un medico che non parla e guarisce che un medico Patch Adams che uccide.

    Comunque il medico anche se “impiegato” beh sempre “come dirigente medico” ha una sua autonomia di giudizio e di intervento. Ogni medico è dirigente medico e interviene e risponde del proprio operato.

    L’impiegato è uno che ha un impiego e che agisce alle dipendenze, certo non mi piace sentirmi ” longa manus” ma un pò è così. L’impiegato se trasportato fuori dal suo ambiente di lavoro non ha competenze a-contestuali: ogni ambiente di lavoro si caratterizza per determinate procedure lavorative, quando ne esci torni al livello zero.

    Un medico è un medico in Italia come lo è in Africa.

    Un professionista della formazione deve avere sia competenze tecniche sia competenze relaziobali e di contatto. Mi rendo però conto che vige ancora il pregiudizio della prevalenza delle competenze techiche (hard) rispetto alle competenze soft: le prime sono tangibili le seconde intangibili e maggiormente aleatorie.

  13. romaguido said

    Vedi, Luca, in un primo tempo avevo in mente di inserire un esempio chiaro e tangibile, un episodio che mi è capitato di recente e che ho poi preferito omettere perchè convinta che continuare la discussione in quel senso ci avrebbe portati sicuramente fuori tema. Il fatto era questo: venerdì ho contattatoi telefonicamente un ufficio dove in passato ebbi a che fare con un dirigente squisito, servizievole, oltremodo garbato che per telefono aveva risposto ai miei quesiti, dandomi delucidazioni, consigli, chiarimenti.
    Venerdì scorso, non essendo più in servizio il funzionario in questione, ho parlato con un addetto che, un po’ spazientito, senza darmi alcuna delucidazione, mi costringerà a viaggi e file che avrei potuto risparmiarmi.
    Morale: il funzionario, col suo modo d’agire, ha fatto risparmiare tempo e lavoro ai suoi collaboratori, ha reso un grosso servigio a me utente e, nel complesso, ha reso più efficiente il servizio da lui diretto, contribuendo addirittura alla immagine di quest’ultimo.
    Ne consegue che le competenze “soft”, sebbene considerate aleatorie, in realtà il più delle volte contribuiscono al miglioramento dell’efficienza, a tutto vantaggio dell’utenza e, in ultima analisi, della società.

  14. romaguido said

    Tu parli di medici che sappiano guarire ed io ne ho conosciuti alcuni; peccato che avessero il vezzo di spiattellare, senza alcuna precauzione di sorta, diagnosi tremende ai congiunti, assolutamente ignari di tutto, dei loro pazienti. In questi casi mi viene da pensare che saranno bravi nel curare le malattie dei loro pazienti, ma anche nel procurare l’infarto ai parenti di questi ultimi (Ippocrate si rivolterebbe nella tomba!)
    Quanto agli impiegati che decidano di cambiare lavoro, non credo che ripartano da zero; in fondo nella loro precedente esperienza avranno acquisito, oltre alla pratica di una procedura rigida e asettica, sicuramente capacità organizzative e di lavoro che un neofita non possiede. In ogni campo le competenze sono tante e tali che, laddove si lavori con curiosità e intelligenza, nulla vieta di capitalizzarle per situazioni anche molto diverse. Allora diciamo, ricordando Troisi, che si ricomincia “da tre3”; l’entusiasmo, la curiosità per il nuovo incarico, le competenze acquisite in campi diversi da quello strettamente lavorativo faranno il resto.

  15. Luca said

    Ciao Rosamaria,
    nel film da te citato Troisi alla fine si arrende, tutti a dirgli emigrante e lui all’inizio a spiegare cosa fa al nord, poi dice si.
    Stavo pensando a una cosa come vedete nel vostro lavoro il rapporto tra la componente tangibile e la componente di servizio?
    Ora che il lavoro si sta smaterializzando, ora che sono pochi quelli impegnati in attività di produzione manufattutiere di produzione dei beni, il 90% della popolazione è impegnato in attività di servizio. Ma il servizio alla fine cosa è?

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