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“Sarò precario”: l’ incubo dello studente romano

Posted by Luca su 8 gennaio 2009

E’ stata condotta una ricerca su cosa si aspettano i giovani studenti romani delle scuole superiori nel loro futuro; si voleva indagare la percezione di sé in un tempo più o meno prossimo. Ecco dalla ricerca emerge che gli studenti della capitale si immaginano disoccupati o, se va bene, precari. Si domandano se potranno mai svolgere il lavoro per cui si stanno formando e quando riusciranno a manternersi da soli e a emanciparsi dalla famiglia di origine. C’è quindi un diffuso pessimismo sul futuro e sulla visione di sé in questo: il 40% degli intervistati ha paura e il 45% esprime pessimismo più o meno forte.

La tecnica utilizzata nella ricerca è quella del focus group in cui gli studenti sono stati osservati e monitorati da un team di psicologi e docenti universitari in Psicologia dell’Università La Sapienza di Roma.

Emergono tre aspetti ricorrenti: il pessimismo, la mancanza di aspettative, ma anche la necessità di credere e investire su sé stessi.

Il pessimismo.

Uno studente descrive la propria visione del futuro:

” Fra noi parliamo molto spesso del nostro futuro. E purtroppo ci tocca dire che siamo piuttosto pessimisti. Ci chiediamo se riusciremo mai a trovare un lavoro e siamo consapevoli che da questo dipende la possibilità di avere una casa e di mantenere una famiglia. Ci chiamano bamboccioni, ma questa società ci costringe a farci mantenere dai propri genitori anche quando si è più grandi. Non è una condizione desiderata, ma subita”

Segue poi il paragone con il passato:

“I nostri genitori ce l’hanno fatta subito a trovare un lavoro. Allora bastava dire: studia, impegnati e vedrai i risultati. Mentre noi vediamo che i nostri amici più grandi non ci riescono così facilmente. Le possibilità che c’erano prima al tempo dei nostri genitori, ora non ci sono più.

La mancanza di aspettative: niente sogni.

“Mi piacerebbe molto scegliere Archeologia, ma so già che la dovrò escludere perchè con questa facoltà non si trova lavoro. Chi fa ingegneria deve andare via dall’Italia”.

Il coraggio: il credere nell’impegno quotidiano.

“C’è in me un pò di pessimismo, che però non mi blocca nella voglia di tentare la mia strada. Se poi non funziona se ne prova unì’altra. Non possiamo partire già sconfitti”.

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2 Risposte to ““Sarò precario”: l’ incubo dello studente romano”

  1. Beh, a me queste cose fanno arrabbiare. Non so Luca di che cosa tu ti occupi, ma io vedo che c’è una passività in giro, probabilmente dovuta a eccesso di benessere che ha portato a una preoccupante carenza di grinta e spina dorsale.

    Educazione permissiva, la convinzione di avere diritto a tutto (compresa la vita e la morte altrui, v. aborto), ci ha portato a essere sostanzialmente poco costruttivi.

    Io credo che tutto il popolo italiano sia stato ingannato da un certo andazzo che ci ha fatto credere che le cose sarebbero andate avanti da sole e che noi avremmo potuto prendere e basta, non esiste impegno, tutto si può fare, ogni impegno è reversibile.

    Bisogna che ci rimbocchiamo le maniche, ci togliamo dalla testa l’abitudine (e il desiderio) di pappa scodellata, e invece di aspettare che il governo o il tale onorevole o ancora una fantomatica struttura sociale risolva i nostri problemi, farci pionieri di una nuova era.

    Ci siamo fatti fregare pure dalla Spagna, storicamente sempre dietro di noi: basta essere un popolo di mosci!

  2. Luca said

    Bella Lady quella del popolo di mosci.
    La Spagna ci sta superando in tutti i settori. Ma cosa ha prodotto questa situazione? é il frutto di decenni di partitocrazia, di spartizioni di posti di lavoro, di imbucare e imbucare. Basta pensare alle persone che sono andare in pensione con 10 anni di lavoro, molte delle quali che non avevamo 40 anni. Ecco ora paga una pensione per 40 anni a chi ne ha lavorati 10. Negli Stati Uniti non c’è mai stato un sistema di Welfare State paragonabile a quello europeo e quindi ci sono sproporzioni sociali grandissime ma c’è la possibilità di essere valorizzati se sappiamo fare qualcosa. In Italia c’è stato un appiattimento delle mansioni e degli stipendi verso il basso che ha si prodotto un sistema più proporzionale ma ha demoralizzato e fatto perdere lo spiriti di iniziativa e di intrapresa.
    In questa situazione generalizzata l’essere pessimista non mi sembra un reato.

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