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E’ una scuola? No, è un luogo per imparare

Posted by Luca su 5 gennaio 2009

Dall’articolo di Deborah Ameri:

” Con circa cinquecento bancbi, decine di classi, lavagne e alunni dell’asilo e delle elementari, Waterclife Meadow dovrebbe, a rigor di logica, chiamarsi scuola. Invece no. Miss Linda Kingdon, la direttrice di questo istiuto di Sfeffield (Inghilterra centrale), ha deciso che quella parola lì andava bandita e il complesso è stato invece battezzato “luogo per imparare”. Il termine scuola ha connotazioni negative, sia per i bambini che per i genitori-ha spiegato la signora al Sun. Invece noi vogliamo che questo posto sia per tutti e sia aperto a tutta la famiglia. E così l’intraprendente preside ha apportato altre innovazioni. I bambini possono entrare in ciabatte (non specifica se va bene anche il pigiama), le porte delle classi rimangono sempre aperte, chiunque può assistere alle lezioni, genitori e parenti compresi. E non esistono neppure le campanelle. Per l’intervallo bisogno regolarsi da soli. Desideravo deistituzionalizzare questo posto portalo più vicino alla gente, prosegue convinta la Kingdon. In realtà la non-scuola ha riscosso per ora una marea di critiche: non è vero che il termine scuola abbia un significato negativo si ribella una mamma, ha sempre avuto questo nome, perchè ora dovremmo cambiare?”

Si prospetta il superamento del paradigma scuola con quello di centro educativo permanente aperto a tutti.

Cosa cambia?

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8 Risposte to “E’ una scuola? No, è un luogo per imparare”

  1. Niente.

    Esperimenti del genere sono stati fatti, e anche portati avanti con successo, ma per altri motivi. Lezioni sotto gli alberi, per persone non facilmente imbrigliabili in un luogo chiuso, contatto diretto con una natura da studiare osservandola direttamente e non in fotografia, ma questa di cui mi parli tu, scusami, mi pare proprio aria fritta: la stessa cosa, con meno disciplina e più disorganizzazione, che ha la stessa funzione della scuola ma che non si chiama scuola perché la parola “scuola” è tabù.

    D’altra parte, eravamo fermi da troppo temo ai “non vedenti”, “non udenti”, “di colore”, e “diversamente abili”.

    *** e allora ben venga la “non scuola” nel novero delle “non parole”! ***

  2. Luca said

    Ciao Lady, ho scoperto or ora che sei di Roma. Bene. Comunque il progetto della scuola inglese in teoria è buono poi forse diventa ariia fritta come dici tu. Infatti si presta bene alle teorie educative che mettono lo studente al centro della lezione, il non chiudere la porta può sembrare una moda del momento ma non lo vedo male. Poi certo a me piace anche l’idea di tornare al grembiulino, ci sono cose buone da prendere in diverse teorie e in diversi approcci.

  3. Se lasci la porta aperta la confusione non ti lascia concentrare

    *** non dobbiamo essere “moderni” a tutti i costi ***

  4. Luca said

    Non ti piace l’idea dell’open space, dello spazio aperto e accessibile a tutti? poi certo può essere anche un fiasco, un fallimento, l’aula e la classe alla fine danno anche un senso di rassicurazione e di protezione, ma verso cosa? Hai letto la mia riflessione sulla formazione? La formazione a cosa serve?

  5. No,l’open space non mi piace. Io ho bisogno del mio guscio, della mia privacy, a scuola, a casa e sul lavoro, e gli open space non mi sono mai piaciuti, rumorosi, alienanti e dispersivi.

    La formazione serve a essere formati, non a diventare miliardari. Il fatto di essere strapagati dipende un po’ dalla fortuna, un po’ dalle scelte di vita.

    Mi ricordo una barzelletta che raccontava di un chirurgo che chiamò un idraulico per un intervento: l’idraulico lavorò per un’oretta, e gli chiese 200 euro.

    “Cooosa? Non le sembra esagerato?” esclamò il luminare indignato “Io che sono un chirurgo prendo 100 euro per una visita di un’ora!”

    “Grazie al piffero!” rispose senza scomporsi l’uomo “Anch’io quando facevo il chirurgo prendevo 100 euro l’ora!”

  6. Luca said

    umh anche se la barzelletta esemplifica il tutto a me non piace, no proprio no.

    Come mai parli di open space a scuola?

  7. mg said

    Scusate se mi intrometto, ma la domanda di Luca mi sembra emblematica della comune conoscenza dell’odierna scuola ai non addetti ai lavori.
    Gli insegnati di quasi ogni ordine scolastico sanno che da oltre 10 anni si parla di classi aperte e cose del genere, ma chi insegnante non è si basa solo sulle sue rimembranze scolastiche. Nulla di sbagliato in questo, anzi.
    Ma per favore non permettete a gente come Bossi, Tremonti & C.(la Gelmini è più moderna, ma avrà studiato in scuole private dove queste “parolacce” non esistono, e quindi rientra anche lei nel novero), che hanno studiato al JurassicPark, di venire a fare leggi per la scuola!!!!!!!!

  8. Luca said

    Ciao Mg, ti intrometti? No che dici, tu sei uno degli autori del blog quindi puoi scrivere e a me piace leggerti. Ora veniamo a quanto dici per me si parla e basta di classi aperte in Italia. Anche in Inghilterra la proposta trova critici da tutte le parti. Ho fatto i colloqui con i docenti di scuola media e superiore per i ragazzi del collegio dal 2002 al 2005. E molte volte facevo per ragazzi disperati (quindi da bocciare) colloqui settimanali, significa che ogni settimana mi sentivo tutti i docenti di quel ragazzo. Ora ho in mente due ragazzi del Liceo Classico a cui ho fatto colloqui settimanali uno da gennaio 2003 alla maturità e l’altro da gennaio 2004 alla maturità portandoli entrambi al diploma uno con 60 e l’altro con 62. Si c’erano dei corsi di recupero pomeridiani ma di classi aperte non ne ho mai viste. Il riformatore lo può scrivere sulla carta ma se rimane sulla carta non è una riforma vera e propria, ma è una riforma di carta.

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