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Storie di Natale: gli invisibili sono tra noi, ma ricevono auguri?

Posted by Luca su 28 dicembre 2008

In questi giorni di festa anche nel nostro blog siamo in clima natalizio, auguri musicali, belle parole, bei sentimenti. Tutto bello in teoria, ecco in teoria. L’Italia sta sempre diventando un paese con forti squilibri economici, a una classe ricca che non sa cosa è la crisi, fa fronte una classe media che sta scendendo verso la povertà e una classe di miserabili e di barboni che si stanno riversando sempre più a vivere in strada. Poi certo l’inverno qualcuno ne muore, ma tutto segue la legge del reverendo Malthus e fa notizia mentre ci stiamo spazzolando un panettone o un pandoro.  L’altra sera, la sera di Natale stavo guardando il telegiornale, c’era un servizio sul pranzo di Natale offerto ai poveri di Roma, quando riconosco subito una povera vecchia che ho visto per due anni andando all’Università di Roma Tre in Piazza della Repubblica. La signora vive in strada insieme a un’altra donna, vive su un carello dove tiene rifiuti, bidoni e spazzatura varia che raccoglie nella sua giornata di barbona. E’ sporca, sfigurata dal freddo e con delle gambe piene di vene varicose. Sempre piegata su se stessa peserà 90 chili come minimo. Tutti passano senza quasi vederla, lei non chiede elemosina, la prende se qualcuno si ferma.

Ecco tutte le chiacchiere natalizie stanno a zero. Neanche io mi sono fermato, anche se mi sono chiesto chi fossero quelle due donne, dove dormissero la notte, quanti anni avessero.

A tutte queste mie domande ha risposto un bellissimo articolo uscito sulla Repubblica di oggi 28 dicembre 2008 a firma di Gaia Giuliani.  E’ facile parlare di nutella e di bei sentimenti quando si ha tutto. Sia chiaro non mi sono trasformato oggi in San Francesco, ho sempre creduto di essere l’artefice del mio destino e di dovermi impegnare per raggiungere i risultati che mi ero prefissato. In parte penso ancora  che queste persone siamo responsabili del loro destino.

Ma andiamo a conoscere le due barbone. Le due signore hanno un nome Francesca e Concetta sono due sorelle di 70 e 66 anni originarie di Milazzo. Di anni ne dimostrano almeno 15 in più.  Nel 1978 un’alluvione distrusse le loro case e da allora vivono sulla strada. La giornalista riporta una frase rivolta loro da un vigile: “se non ve ne andate torno qui e do fuoco a tutto”.

Concetta si  preoccupa per la notte “Ora comincia la paura, perchè bisognerà sbrigarsi a trovare un posto per la notte dove non essere derubate”.

Francesca e Concetta vengono descritte come “sempre lì, ferme nello spiazzale antistante alla stazione Termini, dove c’è il semaforo per attraversare la strada. Imbacuccate negli stracci, stanno sedute su dei secchi di plastica riempiti di giornali. Due carozzelle ricolme di plastica sono la loro casa.

Si descrive poi la situazione che ha portato alla loro vita di strada. Il fatto che non potessero contare sulla famiglia in quanto il padre era morto così come un loro fratello minore. “Nessun parente che potesse aiutarle. Una famiglia di braccianti; coltivavano pomodori e fagioli. Persa la casa hanno perso tutto”.

Tutte queste informazioni rispondono a domande che mi facevo quando passavo davanti loro di fretta, ma senza mai fermarmi.  Anche il mio mito dell’homo faber artefice del proprio destino è già in crisi da anni, ho diciamo rivisitato ed rivisto la fase illuministica della fede nel lavoro e nell’impegno.

Ma come le vedono le persone che passano durante l’intervista della giornalista?

Ecco che passa un inserviente della stazione Termine e dice loro “Il Tevere non è arrivato dalle parti loro, eh?” Si  avvicinano altri vigili che chiedono alla giornalista di invitare le due donne a nascondersi dietro l’edicola dall’altra parte della strada: “sa danno spettacolo con la loro miseria”. Vengono descritte come “persone indegne”, “indecenti” che si rifiutano di dormire all’ostello della Caritas poco distante.

Ecco nel buonismo natalizio la soluzione dei bravi cittadini festosi è quella di rendere invisibili queste persone perchè in questo modo non ci disturbano e non ci danno fastidio.

In questa soluzione tutto il mondo è paese: durante le Olimpiadi cinesi dell’agosto di quest’anno i barboni della capitali furono trasportati a forza nelle lontane peferiferie; nella logica del se non si vedono non esistono.

Ecco questa è la situazione ma il prossimo anno ricominceremo con i soliti auguri, con il film natalizi come Una poltrona per due, Miracolo sulla 34 strada e sulla solite solfe del natale più buoni.

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45 Risposte to “Storie di Natale: gli invisibili sono tra noi, ma ricevono auguri?”

  1. romaguido said

    Certo, Luca, è bello da parte tua ricordare che c’è gente che soffre, i “vecchi” poveri, ma anche i nuovi poveri, quelli che, pur non sembrandolo, si trovano a dover fare i conti per sbarcare il lunario. E’ di qualche settimana fa il video (pubblicato da Caterina su FB) che racconta la storia di un precario disoccupato con famiglia a carico (ricordo di avertene parlato a suo tempo).
    Hai ragione, la povertà incombe, ma questo non può impedirci di festeggiare, di giorire, di scambiarci gli auguri. Feste come il Natale hanno sempre visto la gente più unita, più cordiale, anche nei periodi di guerra o di carestia. Anzi, a volte le ristrettezze economiche fanno apprezzare i valori veri, rispolverare le vecchie tradizioni a base di prodotti poveri e a “chilometro 0” (a tutto vantaggio dell’ambiente).
    E proprio a queste vecchie, romantiche tradizioni mi rifacevo parlando di ciambellone e di Nutella. Sul blog di Arthur, infatti, si possono leggere le dolcissime storie di nonno Archimede, che raccoglie attorno a sè tutta la famiglia, offrendo ciambellone e Nutella, non panettone (visto che si tratta di una famiglia di origini siciliane), Pandoro, ostriche o Champagne. Era a questi valori che intendevo rifarmi nei miei auguri di Natale; poco male, se la cosa è servita per scambiarci qualche battuta spiritosa.
    Anch’io, nella mia vita, da studentessa e non, ho conosciuto dei mendicanti, più o meno lamentosi, più o meno dignitosi, più o meno capaci di espedienti (chi ha studiato a Roma ai miei tempi ricorderà di sicuro la signora che impietosiva staccandosi la sua gamba di legno, per cui era “necessario un intervento urgente”) e di qualcuno sono anche diventata amica; per esempio di Michelina (famosa dalle mie parti), che usava darmi gli auguri ad ogni ricorrenza e che, al ritorno dalle mie vacanze, mi abbracciava dicendo: – Signorina, non vi ho vista; avete partito?
    Allora, Luca, non v’è dubbio che i poveri esistano, il fatto è che che esistono tutto l’anno. Ricordarsene per il cenone di Natale può essere un’idea meritevole (a proposito, quest’anno a Roma i barboni hanno potuto godere del sequestro di un ingente stock di caviale – che bello!), ma l’ideale sarebbe ricordarsene anche quando le luminarie si saranno spente, possibilmente ogni qualvolta ci troveremo a buttare gli avanzi, a comprare lo yogurth belga, i prodotti cinesi, i capi griffati che col loro costo potrebbero coprire o sfamare un buon numero di persone.

  2. Luca said

    Ciao Rosamaria, va bene se ci credi a quello che scrivi ma secondo me non è così.

  3. Luca said

    Spiego meglio il mio post precedente: ieri sera dopo aver scritto l’articolo mi è capitato di vedere una trasmissione su All music dove si mettevano in parallelo la vita di una giovane e ricca stilista e quella di uno zingaro-italiano appena uscito dalla prigione.
    Ecco anche a me il racconto di quella ragazzetta ha dato fastidio: ha iniziato dicendo che i suoi genitori non hanno mai lavorato dato che le loro famiglie erano ricche, questo ha permesso loro di dedicarsi ai loro hobbies. La ragazza dice di essere una stilista ma non di dare conto ai soldi, parlare di soldi è volgare, pagare con i soldi è volgare. I soldi non sono niente e altre amenità del genere. Ecco se la cosa da fastidio a me, che comunque ho un buon stipendio (stipendio non rendita notate bene, quindi vado ogni giorno al lavoro) pensate quanto possa dare fastidio a un povero disgraziato morto di fame. Quando ho fatto la tesi sul turista e il viaggiatore ho potuto analizzare il comportamento dei ricchi turisti occidentali nei paesi del terzo e quarto mondo. Anche i più pacifici e non interessati al mercato sessuale di minorenni vanno in questi paesi con l’atteggiamento del colonizzatore: ” io pago in dollari, ora in euro e quindi compro cosa voglio e faccio quello che mi pare”. Certo che poi qualche turista ci lascia le penne, soprattutto quando va in paesi dove i bambini di strada sono sfruttati e violentati, fumano colla perchè è la droga che costa meno e quando gli va bene arrivano a morire a 20 anni.

  4. Elle said

    Non credo che questo post abbia bisogno di spiegazioni Luca, si spiega bene già da sè.
    Personalmente ho sempre avuto sensazioni contrastanti in merito al Natale, ci sono aspetti del Natale che mi piacciono e che salverei e sono quelli legati all’aspetto più tradizionale e più “intimo” della festa ed altri quelli riguardanti i soliti riti celebrativi, tra sacro e profano, che vediamo compiersi un po’ ovunque e che invece salterei a piè pari.
    Mi riferisco in particolare alle corse ai regali, ai banchetti sovrabbondanti, ai cinepanettoni…insomma a tutto ciò che “fa festa” ma che è comunque un contorno a qualcosa di ben diverso.
    L’aspetto consumistico del Natale, ma in genere di tutte le feste, è qualcosa cui rinuncio facilmente, tuttavia mi piace anche quell’aria di festa che si respira per esempio andando in giro per mercatini. Io “compro” con gli occhi, catturo immagini, stati d’animo, sorrisi ed anche qualche smorfia di dissenso, aria…insomma, credo che sia sempre il modo in cui guardiamo e ci avviciniamo alle cose che ce le fa piacere o meno.

    Detto ciò, penso che il discorso affrontato da Luca circa l’emarginazione sociale sia una realtà che si commenta da sola ed ovviamente non solo a Natale. Ognuno di noi può far le riflessioni che vuole in merito, certo in un periodo in cui tutti ci stringiamo attorno ai nostri affetti più cari nella comodità delle nostre case e nella sovrabbondanza, viene spontaneo volgere lo sguardo a chi invece tutto questo non ce l’ha. Certo, i bei pensieri non bastano, servono anche azioni che nel nostro piccolo possiamo compiere.
    Scriverne, parlarne forse è già una di queste, per poi arrivare anche ad altri gesti di solidarietà, ognuno con i propri mezzi e le proprie possibilità.
    E soprattutto nell’intimità del proprio sentire, perchè tendere la mano non è un gesto che ha bisogno di pubblicità, anzi, più è silenzioso e meglio è.

  5. romaguido said

    Luchino, si vede proprio che sei un perfetto igienista! La colla si sniffa, non si fuma.

  6. mg said

    Ella dice: “Mi riferisco in particolare alle corse ai regali, ai banchetti sovrabbondanti, ai cinepanettoni…insomma a tutto ciò che “fa festa” ma che è comunque un contorno a qualcosa di ben diverso.”
    Sino a poco, pochissimo tempo fa la pensavo anch’io in questo modo, e non nego che quando viene il periodo delle festività anche ora mi cadano le braccia al pensiero delle cose “che si devono fare”.
    Ma da qualche anno, senza i regali, i pranzi con gli altri familiari, le pubblicità dei cinepanettoni, il Natale non è completo.
    Per quanto riguarda gli emarginati, il discorso è complesso.
    Come tutti provo pena per loro, ma tutti i giorni non solo a Natale. Sono fatta male così: soffro a non aiutare gli altri. Ma non si può fare, ci sarà sempre qualcuno che non si può aiutare perchè è troppo distante o per altri motivi. Non ho lo spirito di una suora nè di una infermiera. Così, per sopravvivere, devo pensare a me stessa e ai miei cari. Vi assicuro che non è una scusa per non fare nulla, è solo l’unico modo perchè io possa sopravvivere.
    Un sereno 2009 a tutti.

  7. romaguido said

    Oh, mg, non ci vuole poi molto per essere accanto a chi soffre! Spaziocerrente ha scritto sul suo blog “Il valore di un sorriso. Nessuno è così ricco da poterne fare a meno, nessuno è così povero da non poterlo dare. (P. Faber)”.
    Ha perfettamente ragione: non c’è bisogno di grandi cose per andare incontro al prossimo; a volte basta un sorriso, un po’ di attenzione, informarsi su come uno stia (fisicamente e/o moralente). Ma tutto questo capita sempre più raramente al giorno d’oggi. Chi è ripiegato su se stesso non pensa che a sè ed ai propri problemi.
    Tu non sei così, sono certa che tu tendi la mano, sorridi, saluti. E questo è già tanto.

  8. Luca said

    Bene c’è movimento e discussione mi piace. Si possono esprimere punti di vista differenti e nel confronto scambiarseli. Ma eccomi tornato dalla palestra, oggi sulla mia bicicletta ho trovato un giornale e così mi sono messo a leggerlo e non so quanto casualmente mi sono imbattuto in una mail inviata al giornale in questione.
    Stavo pensando di commentare il testo ma ora ho deciso di riportarvelo integralmente, contestualmente contatterò l’autore invitandolo a intervenire nel nostro blog. Per quanto rigurda le frasi belle è vero forse un sorriso fa molto ma in molti casi neppure quello è disponibile per gli altri.

    Vi trascrivo il testo della mail di Roberto Grandis, il titolo è “Il 2008 di Cristina e Violetta”.

    [“C’è chi indovina dove nascere e chi, in un campo rom della periferia di Napoli, deve subito lavorare per sbarcare un misero lunario. Di scuola proprio, proprio non si parla. Così insieme con altre due piccole compagne, Cristina e Violetta quel mattino di metà estate lasciano il campo e prendono il treno per Torregaveta, una spiaggia di “fortunati” per i quali le vacanze costituiscono un sogno realizzabile. Portano con sé alcune cianfrusaglie: piccoli monili che proveranno a vendere tra un ombrellone e l’altro, racimolando, se va bene, qualche soldino da riportare a casa.
    Sulla sabbia il caldo è insopportabile e la tentazione del refrigerio dell’acqua è forte. Nessuno ha insegnato loro che in zona vi sono forti correnti e che non ci si tuffa se non si è capaci di nuotare. Fulminea la tragedia. Le altre due bimbe vengono tratte in salvo dai bagnini, per Cristina e Violetta non c’è nulla da fare. Anche la morte non è uguale per tutti. I due corpi vengono faticosamente portati a riva e deposti sulla sabbia. Tutt’intorno il rito vacanziero continua indisturbato: c’è chi prende il sole e chi estrae dalla borsa i cibi per la colazione. “Abbiamo recuperato i corpi tra l’indifferenza generale della gente” dichiarerà l’operatore del 118″. Qualcosa di analogo era già accaduto qualche settimana prima a Torrette di Fano. Una “mamma coraggio” si tuffa per salvare i bimbi in difficoltà, riesce a metterli in salvo ma è lei a non farcela. Al bagnino accorso non resta che riportarne a terra il corpo. Una foto, pubblicata il giorno diopo da questo giornale, mostra proprio quel corpo, avvolto in un lenzuolo, portato via dal personale di salvataggio, mentre a pochi metri, tutto continua nel solito modo, qualche furtivo sguardo al triste trasporto. Inutile chiederci, in questo bilancio di fine anno, quale sia il mondo nel quale viviamo, incauto tirare conclusioni ingiustamente generalizzanti. Nulla, come sempre, avviene a caso, e l’insostenibilità, l’egoismo, l’indifferenza sono costruite giorno dopo giorno: ne è zeppa anche l’aria che respiriamo. Poco utile anche mettere sotto accusa quelle persone che, di fronte a spettacoli così raccapriccianti, pensarono bene di non “sciupare” le vacanze che avevano da tempo atteso e assaporato. Si tratta di brava gente, c’è da giurarlo. Al mattino, forse, alcuni di loro, prima di andare in spiaggia, si erano persino recati alla messa, ascoltando la parabola del buon Samaritano. Forse avevano incollato all’auto un santino di Padre Pio. Forse. Ma poi, che c’entra tutto ciò con due incaute zingarelle che non sapevano nuotare? E che c’entra in un bilancio di fine anno? ” Certo, è spiacevole, ma che vuole, signora, la vita è fatta così. Buona fine e buon principio” ]

    Che ne pensate?
    Io mi trovo più con questa descrizione realistica che con le belle frasi di filosofi e pedagogisti da aula universitaria che non si sono mai rapportati con il prossimo e con il suo disagio.

  9. mg said

    No, Luca, non ci sto! E’ generalizzare facilmente le cose!
    può anche essere che su una spiaggia del meridione succedano queste cose: tutti in famiglia, giocano fra loro, chiacchierano fra loro,… non lo so, sono una nordica, ma ho molti amici meridionali e ti posso assicurare che quello descritto potrebbe succedere, ma non per menefreghismo, solo per concentrazione sulla propria famiglia! nelle spiagge del nord che io frequento di solito, poi, proprio la cosa non esiste!
    Certo, potrebbe essere successo, ma sicuramente l’operatore del 118 che ha parlato non ha visto che, sotto i vicini ombrelloni, nascoste agli occhi dei curiosi, c’erano le mamme piangenti di altri bambini, con i loro uomini che se le tenrevano vicine e accarezzavano i loro bimbi pensando al dolore che avrebbero provato se fossero stati loro i genitori/mariti di quelli persi…
    No, è troppo facile condannare, fa notizia, ma, scusatemi, io non ci sto!

  10. romaguido said

    Luca, chiunque viva ha modo di rapportarsi col prossimo e col suo disagio. Ognuno lo fa a suo modo, certo, e secondo la propria sensibilità. Non sarà l’appartenere ad una o all’altra categoria che cambierà le cose. Filosofi, pedagogisti, netturbini (oggi si chiamano “operatori ecologici”), pescatori, impiegati sono uomini, uomini come i re, come i politici, come i barboni.
    Sbagli a dire che certe persone non si sono mai rapportate col prossimo e col loro disagio. Che ne sai?
    Su, rimbocchiamoci le maniche! Vuoi indire una colletta sul blog? Fallo, ti seguiremo.
    Ma, per carità, non offendere, non supporre, non alludere. Resteresti da solo a fare il tuo monologo. Buoni e cattivi, generosi, altruisti, egoisti ed egocentristi, gentepersone che non sanno vedere al di là del proprio naso sono sempre esistite e sempre esisteranno. Noi possiamo provare a sensibilizzare, ma non cambieremo il mondo, purtroppo.
    Ora ti auguro buon lavoro e, come sempre, ti appoggerò qualora volessi proporre iniziative valide ad alleviare anche temporaneamente il disagio di qualcuno; sulle parole mi dissocio (non eri tu quello che diceva che bisogna fare fatti, non chiacchiere?).
    Ciao, Luca, buon pomeriggio!

  11. Luca said

    Ora vediamo se l’autore della mail interviene nella nostra discussione. Comunque i fatti a cui si riferisce li avevo visti riportati in alcuni telegiornali nazionali; non è la prima volta che qualcuno muore in spiaggia gli viene messo un telo sul corpo e la vita da spiaggia continua come se non fosse accaduto niente con i giochi dei racchettoni, gli arancini fritti, i gelati e il cocco bello. E’ così succede e non c’è nessuna condanna.

  12. mg said

    Luca, non ci sarà condanna da parte tua, ma l’autore dell’articolo certamente non voleva fare un complimento a nessuno!

  13. Luca said

    Ciao Rosamaria, tempo fa con Robi si discuteva intorno a una possibile funzione sociale dell’essere blogger:

    http://corobi.blogsome.com/2008/11/18/cosa-ti-aspetti-da-un-blogger/

    Ecco a me piacerebbe approfondire questo aspetto e sono d’accordo sulla necessità di fare fatti e non chiacchiere.

  14. Roberto said

    Caro Luca,
    sono l’autore dell’articolo di cui sopra. E’l’argomento che ho scelto per la mia rubrica settimanale su “Il Corriere dell’Umbria”. Certo che non intendo generalizzare (l’ho anche scritto) e so benissimo che vi sono al mondo, per fortuna, persone sensibili. Ci mancherebbe! Più che una considerazione su quei fatti, ho provato a commentare le due fotografie che sono apparse con l’articolo e che, a mio avviso, sono terribili ed eloquenti. Purtroppo una cosa analoga era accaduta, a giugno, sulla spiaggia di Fano, anch’essa documentata da foto. Non condanno ma constato che, accanto al dolore, esiste pur sempre, l’indifferenza.E, purtroppo, al nord come al sud.
    Un caro augurio per il 2009.
    Roberto Grandis

  15. Luca said

    Ti ringrazio Roberto, ecco mi ero dimenticato di scrivere che l’articolo di Roberto Grandis è corredato da tre foto dei corpi sotto un telo delle due bambine e dell’indifferenza generale della vita da spiaggia che continuava come se niente fosse accaduto. Le persone fotograte prendono il sole, stanno sullo sdraio, mentre dall’alto della foto si vedono i piedi delle due bambine.
    La stessa situazione se non sbaglio era successa nell’estate del 2007, quella volta a morire in spiaggia era un anziano, ma la cosa non cambia.

  16. Elle said

    @MG: nessuno chiede spirito di sacrificio da crocerossine o da missionari, ognuno nel suo piccolo dovrebbe fare ciò che sente di fare e come può, con i mezzi a propria disposizione.
    C’è chi fa beneficenza, chi adotta a distanza, chi va a servire pasti caldi alle mense dei poveri, chi offre il proprio tempo libero in parrocchia o al volontariato e magari non solo a Natale.
    Piccoli gesti, non opere eroiche, non credo che nessuno di noi, io stessa, saprei da dove iniziare a curare i mali del mondo ed anche volendo, nemmeno potrei.
    Tuttavia non credo nemmeno sia giusto dire “per sopravvivere, devo pensare a me stessa e ai miei cari”, scusa ma mi suona male e non perchè io faccia chissà cosa, ma semplicemente perchè il primo passo per “fare qualcosa nel nostro piccolo” forse inizia proprio dal volgere lo sguardo oltre quel “se stessi” ed i propri cari.

    @Luca: sull’indifferenza generale come male del nostro tempo (o forse di tutti i tempi) ci sarebbe da parlare all’infinito, ma magari questo non è il post giusto.
    E ad aggiungere troppa carne al fuoco a volte si rischia di far perdere efficacia al discorso.

  17. Luca said

    Elle sono d’accordo con te sull’osservazione e sul comprare con gli occhi, io poi sono un sostenitore della scrittura autobiografica come mezzo di indagine del sé interiore e quindi annoto ogni cosa. A fine anno anche le cose più assurde che ho segnato ritrovano un senso nella globalità complessiva. Beh diciamo quasi tutte, alcune sono proprio da censurare, pensieri e commenti, sensazioni che provavo in quel particolare momento. La comunicazione è tutto e anche la distanza e la vicinanza in noi e con gli altri sono segni comunicativi.

  18. mg said

    @ Elle: Mai pensato di essere eroica o di volerlo fare! Sono io la prima a sostenere le medesime cose che sostieni tu. Ma capisco di non essermi spiegata (lo temevo) e chiedo scusa a tutti.
    Quando parlavo di suore e crocerossine non era ironico, IO sono così, io vorrei salvare e aiutare il mondo intero, ma non sono nè suora nè infermiera, non è nel mio DNA. Per questo uso le parole “per sopravvivere, devo pensare a me stessa e ai miei cari”. Se penso a tutto ciò che c’è da fare per gli altri, sto male e, purtroppo, non posso fare nulla di ciò che vorrei, e per ragioni di salute e per ragioni familiari. Da piccola facevo la pazza perchè volevo aiutare gli altri, piangevo, scrivevo lettere a tutti, ma la vita riserva strane sorprese e bisogna fare delle scelte… io ho fatto le mie.

    @ Roberto: Benvenuto Roberto e grazie delle precisazioni. L’indifferenza esiste sempre, e sempre esisterà. Ciò che non accetto è che il concetto venga generalizzato ad un’intera spiaggia. Indifferenza è una parola grande, forse più grande della parola eternità… Ma come possiamo noi sapere, supporre, cosa passi nella mente delle persone che si trovano su una spiaggia? Ci sono persone che ai funerali scherzano, ma ciò non vuol dire che essi siano indifferenti al dolore altrui, è spesso vero il contrario…
    Spero di non aver dato l’impressione di voler separare i nordici dai meridionali, perchè non era mia intenzione, volevo solo chiarire la mia ignoranza riguardo abitudini a me lontane.

  19. Elle said

    @Mg: capisco, anzi scusami tu se anch’io posso essermi espressa in modo troppo “duro”. Non era certo un rimprovero a te il mio commento!
    Anche se non l’avevi scritto si capiva che eri animata dalle migliori intenzioni, tuttavia mi sono agganciata a quel tuo “sopravvivere per se stessi” per ribadire qualche concetto che secondo me andava sottolineato e che riprendeva un po’ lo spirito e l’argomento centrale del post, ovvero volgere lo sguardo verso “gli invisibili” che sono tra noi.
    Da brava idealista quale sono anch’io so che non possiamo combattere tutte le battaglie di questo mondo, anzi, mi sono resa conto, a mie spese, che certe battaglie non posso proprio nemmeno iniziarle perchè non ho nè le capacità nè gli strumenti necessari per farlo.

    Buona serata a tutti.

  20. Luca said

    Vi metto un altro articolo sempre sul tema che stiamo discutendo. L’articolo è di Leonardo Varavano sul Giornale dell’Umbria del 29 dicembre 2008; proverò a contattare l’autore per invitarlo a discutere nel nostro blog.
    [“Ci ostiniamo a considerarli giorni di “festa” per convenzione, quasi per inerzia. Ma i giorni che concludono l’anno, quelli racchiusi nella seconda metà di dicembre, hanno ormai ben poco della festa come celebrazione autentica di una ricorrenza religiosa o civile. In questi giorni il gioco del conformismo si fa più gravoso e opprimente…. sono giorni in cui regnano la frenesia e le costrizioni. Lo spirito natalizio, dissacrato e da tempo confinato nelle pagine immortali di Dickens, viene completamente fagocitato da una sequela di obblighi sociali. Dai regali ai cenoni, dagli auguri alle veglie di capodanno. Lo “stress da feste”, ormai una patologia conclamata, s’innesca ben prima di Natale; ben prima delle cerimonie del panettone; ben prima della festa dell’oblio; ben prima del giorno della “bontà”, qualsiasi cosa essa significhi nella mentalità corrente.
    S’inizia con i doni. O, meglio, con la negazione del dono nel senso più nobile del termine: si oscilla tra l’ansia borghese di non regalare mai abbastanza e l’ansia, squallida, di non ricevere abbastanza. In uno scadimento scintillante, con scarsa spontaneità e con molta attenzione alla reciprocità, ci si tuffa nella corsa agli acquisti. Nei giorni scorsi in base alle statistiche, ogni italiano ha speso in media 400 euro per regali di ogni tipo: tra questi l’utilissima stazione barometrica che proietta le previsioni del tempo, l’essenziale televisore tascabile o l’indispensabile dinosauro che cresce e si comporta come un cagnolino. Fare doni è un bene, soprattutto in tempi di crisi, quando l’economia ha bisogno di linfa. Forse ha ragione Pierluigi Battista: il superfluo è consustanziale alla democrazia, la logica del consumo non è disdicevole. E’ però almeno discutibile l’artificiosità che troppo spesso trasuda da questi gesti. Il regalo natalizio è ormai, tendenzialmente, un mesto rituale: in qualsiasi cosa consista vale certamente meno, ad esempio, del fiore estemporaneo che il marito- senza pressioni e ragioni particolari-decide di donare alla moglie in qualsiasi giorno dell’anno.
    A Natale, non di rado, si va in scena. Il 25 dicembre può essere un’occasione di ritrovo attesa e agognata; ma anche una finzione. Se non ci si vede per tutto il resto dell’anno, un motivo ci sarà pure. E non è detto che sia solo la scarsità del tempo. Le “feste”, in questo caso, diventano rese dei conti o momenti ideali per indossare sorrisi di cera. Gli stessi auguri, del resto, possono diventare mero flatus vocis. Per la serie “c’è sempre una parte da recitare”.
    Ai diktat socio-familiari si aggiunge il bombardamento mediatico. I telegiornali superano la soglia del ridicolo più e più volte, in maniera stucchevole. Con disinvoltura si passa dai drammi dell’umanità a servizi che rasentano il demenziale. Si va dagli imperativi manageriali a lunghe dissertazioni sul malcostume a tavola ( le lasagne-ha ben spiegato un servizio di tre minuti- non si tagliano con il coltello…); dallo stupore per il maltempo (chissà perché a dicembre dovrebbe esserci il solleone) alla meraviglia per la constatazione che email ed sms – particolarmente insignificanti quando, monocordi, vengono mandati a intere rubriche-hanno sopravanzato i bigliettini d’auguri; dai consigli per la minestra maritata al calcolo degli affettati che inonderanno i cenoni; dai suggerimenti per i fuochi d’artificio ai dettami sugli abiti per San Silvestro; dagli incentivi all’obesità dilagante all’evocazione salvifica di palestre e diete. Proprio così: come recita una vecchia canzone O è Natale tutti i giorni o non è Natale mai, “il giorno che è nato Cristo diventiamo più ciccioni”. Ingozzarsi è obbligatorio. Poco importa, come denunciato da Col diretti, che un terzo del cibo acquistato per le “feste” finisca nella spazzatura.
    Tra “cinepanettoni” più o meno indigesti si arriva al culmine del dover essere: il capodanno. Quasi un fastidio, non una festa. “A capodanno si fa un gran casino. Siccome l’anno vecchio è morto ci ridiamo tutti su. (…) A casa mia si fa il cenone, con tutti che mangiano e devono come matti”: è la voce semplice, raccolta nel volume Maledetti Promessi sposi, era meglio che vi sposavate. I temi più esilaranti d’Italia (l’autore è lo stesso de La classe fa la ola mentre spiego), di un bambino di quinta elementare. Chissà che non abbia capito tutto.
    Quando coincidono con la cancellazione di ogni forma di naturalezza e sobrietà, quando diventano l’esaltazione del ridicolo e del banale, le “feste” diventano l’esaltazione del ridicolo e del banale, le “ feste” diventano una iattura ciclica. Al 6 gennaio non manca molto. Che peccato.”]

  21. romaguido said

    Io penso che chi è capace di amore, stima, rispetto, per sè e per gli altri, ne sia capace anche e sopratutto a Natale.
    Chi “finge” donando e chi sparisce proprio nei momenti in cui dovrebbe esserci li metto sullo stesso piano: ben venga la festa se può rivelarsi una preziosa cartina di tornasole.

  22. Luca said

    La festa non è una cartina al tornasola perchè è insabbiata,offuscata dal dover dire delle cose, dal dover rappresentare delle emozioni.

  23. Elle said

    Ciao Rosamaria, ciao Luca, scusate se mi intrometto un attimo in questi vostri due ultimi commenti.
    Come ho già scritto ieri credo che il modo di “sentire” le feste comandate non risieda nell’imposizione di un calendario, ma è dentro di noi.
    Come in tanti altre situazioni della vita, dipende da come le guardiamo le cose, da quanto siamo disposti a farci coinvolgere da ciò che ci circonda, dalla voglia che abbiamo di farne parte. Forse inizia tutto da lì, da come riusciamo a vivere intimamente una festa (che sia il Natale o qualsiasi altra ricorrenza) per poter poi condividerla con gli altri.
    Il “dover dire e fare” di cui parla Luca non piace neanche a me, tuttavia non sono d’accordo sul “dover” rappresentare delle emozioni. Nessuno di noi “deve” se non lo sente, non siamo obbligati a far gli auguri a qualcuno o a festeggiare per forza se non sentiamo veramente la festa, allora sì che sarebbe pura e semplice “rappresentazione”…e mi chiedo, a che pro?
    E torniamo al discorso “O è Natale sempre o non è Natale mai”.
    Perchè se abbiamo bisogno di una festa per fare “verifiche”, se abbiamo bisogno di una ricorrenza segnata in rosso su un calendario per lasciare un pensiero a qualcuno, se abbiamo bisogno di un pretesto per volgere lo sguardo avanti a noi…allora non è Natale mai!

  24. romaguido said

    Che quadro catastrofico! Ma davvero sono tutti così privi di capacità di discernimento, capacità d’amore, rispetto per se stessi e per gli altri? Non credo.
    E’ stata questa la mia prima reazione all’articolo di Leonardo Varavano; ma poi ho pensato che c’è un fondo di verità nelle sue parole: la “macchina” dei festeggiamenti spesso prende, totalizza, fagocita. Ed è un dato di fatto che durante le feste molti nodi vengano al pettine, certe depressioni affiorino, la voglia di reagire, ribellandosi a tanta bagarre, sia forte.
    Cercando di razionalizzare il tutto, diciamo che, in fondo, chi è falso durante tutto l’anno resta falso e ipocrita anche a Natale, chi non lo è potrebbe apprezzare l’opportunità di stare con gli altri, di “goderseli”, di sentirli più vicini, non perchè è Natale, ma perché, laddove gli impegni durante il resto dell’anno siano pressanti, almeno a Natale è bello ritrovarsi tutti insieme, risentire amici e parenti, scambiarsi pensierini più o meno spiritosi, più o meno utili.
    Il segreto, come in tutte le cose, sta nel giusto mezzo, nel fare di necessità virtù, nel riuscire a conciliare il sacro col profano, possibilmente senza deludere, esaltarsi, deprimersi.
    Io, per esempio (ma non è il caso di quest’anno), uso regalare cose fatte da me. Comincio in anticipo a comprare l’occorrente, faccio il progetto, elaboro le immagini con l’aiuto del computer ed eseguo il tutto. Per me è un divertimento, un passatempo, che mi permette di personalizzare i regali adattandoli perfettamente a chi deve riceverli. E’ un modo come un altro per dire “Ho pensato a te, a quello che sei, a quello che fai”. Certo, è più faticoso che comprare on line stock di libri o regali in serie, ma credo che ne valga la pena. Devo confessare, però, che non sempre riesco a completare il tutto in tempo utile; così mi tocca comunque partecipare alla corsa ai regali dell’ultimo minuto, di solito quelli più costosi, che nessuno ha voluto. E’ questa la fase più stressante, più sgradevole perché sembra imposta, impellente, coercitiva.
    Ed anche con i biglietti, nonostante cominci a pensarci per tempo, scegliendoli o componendoli (adeguatamente personalizzati) al computer, spesso arrivo fuori tempo massimo.
    Ma ormai lo so, ci ho fatto il callo, non mi deprimo più.
    Quest’anno ho approfittato della opportunità di inviare le cartoline di You Tube e, non mi vergogno a dirlo, ho spedito “cumulativamente” ad una nutrita lista di persone. Qualcuno criticherà questa mia scelta, ma a me è parso comunque utile riuscire a raggiungere in breve tempo quante più persone possibile. E il ritorno c’è stato: anche se qualcuno non si è dato la pena di rispondere, la maggior parte lo ha fatto in maniera entusiastica, calorosa, regalandomi sensazioni di piacevole meraviglia.
    Come concludere ora? Forse col proposito, per gli anni a venire, di cambiare atteggiamento, non pretendendo più di tanto, né dai noi stessi, né dagli altri, gustandoci le piccole cose e le “schegge di felicità” che la vita riesce a darci anche a Natale.

  25. Luca said

    Quale è la possibile funzione sociale di un blog?

  26. romaguido said

    – Spiegare
    – sensibilizzare
    – educare
    – informare
    – porre degli interrogativi
    – aiutare:
    a capire
    a trovare soluzioni
    a trovare punti d’incontro
    a socializzare

    Naturalmente, a seconda dei casi, prevarrà un punto o l’altro.

    P.S. Non vi sembra che ci sia una sorprendente analogia tra la funzione del blog e quella del tutor?

  27. Claudia said

    sono d’accordo con Luca…il suo articolo iniziale è molto bello e fedele alla realtà…purtroppo è proprio come dice lui..

  28. Massy said

    Ok copio e incollo (con alcune aggiunte) quanto già scritto in privato a Luca su Skype:
    “sinceramente degli invisibili me ne sbatte più o meno un caxxo! 🙂
    Ma da quando sei diventato così retorico e populista?! 🙂
    Donne a ore per fare assistenza agli anziani servono sempre. Nel 1978 (anni molto migliori di questi, peraltro) invece di mettersi a fare le accattone/barbone potevano rimboccarsi le maniche, ma, evidentemente… era troppa fatica!
    Te lo dice un avvocato (che si fa il culo dalla mattina alla sera) sotto la “soglia della povertà” se dovesse contare solo sul suo reddito e non avesse una famiglia alle spalle!
    Mi sta un po’ sulle palle tutta questa demagogia…”

  29. Beh, devo dire che questo post ha scatenato un bel dibattito e di osservazioni e distinguo, su così tanti stimoli e sollecitazioni, ce ne sarebbero da fare tanti, ma purtroppo in questo momento non posso.

    Voglio però dire che abbraccio in pieno quanto sostenuto da Luca e condivido le parole di Elle, mentre mi lascia un po’ perplessa Mg anche se, non conoscendola, non so quale siano state effettivamente le sue scelte di vita, le sue motivazioni, e cosa intenda veramente con le sue parole.

    Vi invito a leggere un articolo che scrissi molto tempo fa, e che poi ho ritrovato segnalato in altri siti e blog:

    http://donnaemadre.wordpress.com/2008/02/07/la-mendicante/

    Sull’indifferenza devo concordare, anche per esperienza personale, che è vergognosamente e capillarmente diffusa, e ne sono stata stupita testimone in più occasioni e vittima almeno un paio di volte.

    Per quanto riguarda il “festeggiamento coatto”, personalmente me ne sento libera, tant’è vero che il Natale me lo sono passata da sola e idem farò a Capodanno. Devo però confessare che mi dispiace non aver creato e alimentato dei riti e delle tradizioni da trasmettere a mia figlia, io credo nel rito come momento in cui si sottolinea una certa coscienza, le proprie idee, i propri valori, i principi cui, ovviamente, si deve tener fede tutto l’anno.

    Perché è vero che “E’ Natale sempre o non è Natale mai” ma è significativo, un giorno l’anno, fermarsi a fare il punto della situazione, a ricordare a noi stessi quello che abbiamo fatto, che dobbiamo ancora fare, che è giusto fare, che abbiamo scelto di fare.

    Perché non è certo “il compleanno di un morto” (così l’ha definito qualcuno!) che stiamo festeggiando, ma la nascita di chi ci ha dato una diversa chiave di lettura della vita e del rapporto tra gli uomini per cui, festeggiamo e testimoniamo la solidarietà e la fratellanza tutto l’anno, e celebriamola a Natale con chi amiamo e chi ha bisogno di noi.

    *** Perché l’allegria non è reato, e non è con la tristezza che salveremo l’umanità ***

  30. romaguido said

    Grazie, Lady Ginevra, della tua presenza tra noi; vediamo di rispondere ad alcune tue perplessità.
    Come giustamente ha messo in evidenza Arthur sul suo sito, in genere si tende, nei blog, a raccontarsi, a rivedersi nell’argomento della discussione e, naturalmente, la cosa più facile è parlare di se stessi ed a se stessi, esprimere desideri, ansie, perplessità.
    Non starò qui a spiegare le parole di mg, ma vi posso assicurare che i suoi intenti sono più che lodevoli. Mg, in pratica, ha voluto dire che le piacerebbe tanto festeggiare un Natale tradizionale, con panettone, cinema, parenti e amici al gran completo, ma che, per motivi che non staremo a spiegare, si è trovata a dover fare una scelta che, almeno in questi ultimi anni, la porta ad una festa più intima e ristretta, non per questo meno sentita e calorosa.
    Siamo con te, cara mg, e ti auguriamo, comunque, dei giorni felici, perchè li meriti tutti!
    Quanto al Dio che è morto, mi pare che la canzone dicesse proprio quello che viene messo in evidenza in questa discussione, ossia che Iddio muore ogni qualvolta egoisticamente dimentichiamo i problemi e le esigenze del nostro prossimo non cercando di porvi rimedio. A tal proposito, mia cara Lady, abbiamo contrapposto alla famosa canzone che rappresenta tuttavia un inno di speranza ed una dichiarazione d’impegno, uno scritto di Madre Teresa di Calcutta, che, in positivo ed in chiave più dichiaratamente cristiana, dice esattamente le stesse cose.
    Devo dire che la tua chiosa è molto eloquente e la condivido in pieno; hai proprio ragione, è sempre bene festeggiare (io lo dico anche a proposito delle feste più consumistiche e fantasiose, il che è quanto dire), “Perché l’allegria non è reato, e non è con la tristezza che salveremo l’umanità” e, aggiungo io, ben venga un motivo, sia pure stupido (ma non è certo il caso del Natale), per incontrarsi, sorridersi, scambiarsi una sincera stretta di mano.

    @massy:
    Ti ricordo che in questa discussione abbiamo parlato anche dei “nuovi” poveri e che se non abbiamo specificato che, andando di questo passo, anche noi potremmo entrarne a far parte è stato solo perchè non si pensasse ad una esagerazione. Comprendiamo bene, quindi, la tua situazione e la situazione di tutti quelli che si trovano a dover fare i salti mortali per mantenere il tenore di vita al quale erano abituati grazie alla loro famiglia d’origine o ad introiti decisamente più alti delle rendite attuali.
    Tuttavia, mi pare un po’ semplicistico da parte tua fare di tutte le erbe un fascio e puntare il dito contro i barboni. E, visto che anche Luca, per certi versi, la pensa come te (“In parte penso ancora che queste persone siamo responsabili del loro destino”), dico ad entrambi che è sbagliato generalizzare, accusare, scrollarsi d’addosso un problema che, essendo della società tutta, è anche nostro.
    Ogni storia ha dei risvolti particolari che non sta a noi sindacare; guardiamo piuttosto alla realtà attuale, alla gente che muore di fame o di freddo (anche oggi si è parlato al TG di un poveretto morto assiderato perchè gli erano state rubate le coperte) e, per quanto possibile, facciamo qualcosa per alleviare certe sofferenze o almeno adoperiamoci perchè chi di competenza se ne faccia carico.

  31. Luca said

    E’ vero Rosamaria in parte la penso come Massimiliano; in passato la pensavo proprio nello stesso modo. Io faccio cose e mi impegno, faccio corsi e mi qualifico, lavoro molto e non prendo giorni di malattia “fasulli e inventati”. Ma poi mi sono reso conto che questo non basta, ti può accadere un evento imprevisto che cambia la tua vita e a cui non sai reagire. Non siamo solo noi che decidiamo il nostro indirizzo di vita. Essere attivi e propositivi è bene, ma può non bastare.

  32. Forse essere un po’ più consapevoli di noi stessi basterebbe ad essere più consapevoli degli altri. E forse il segreto è tutto qua. E non intendo egocentrismo, ma libertà di spaziare tra sentimenti, realtà e speranze.
    Niente battersi sul petto o camminare sui carboni ardenti. Capire nelle nostre difficoltà e nelle nostre gioie quello che un altro uomo può provare. E di conseguenza agire attivamente.
    Auguri a tutti

  33. arthur said

    Vi ho letto tutti e purtroppo non ho il tempo per poter lasciare anche un mio commento, ma torno, torno…

  34. Giorgia C said

    Lettura impegnativa questo post…sarò breve: sono d’accordo con molte delle cose scritte, non aggiungo nulla perchè sarei ripetitiva. Sono rimasta però immediatamente male quando ho letto le parole di Massy, trovandole dure e decisamente generalizzate. Probabilmente dietro a questa posizione si celano motivazioni che vanno al di là di quanto ha scritto,ma la mia prima impressione è stata di grande insensibilità e freddezza verso coloro che soffrono davvero, davvero tanto.
    @Massi
    Credo che molte persone, come te, si diano tanto da fare ogni giorno per portare avanti la propria vita; ognuno a modo suo, chi nel lavoro, chi negli affetti, chi in famiglia. Ma a volte la vita è semplicemente una serie di coincidenze più o meno fortunate, che ci portano a fare delle scelte, a volte senza conoscerne realmente le conseguenze. Mi sembra che, fino ad ora, nessuno qui abbia portato una vera testimonianza di persone che vivono per strada la maggior parte della loro vita, per cui mi sembra difficile giudicare in modo così categorico la vita degli altri. Chi ti dice che alcuni di questi senza tetto non abbiano provato a cercare lavoro?
    Luca secondo me ha espresso in modo molto chiaro il concetto: “ti può accadere un evento imprevisto che cambia la tua vita e a cui non sai reagire”. Ecco, non tutti sono così fortunati da avere una famiglia alle spalle (come Massi ha, invece) e non tutti riescono a reagire nel momento giusto e con le scelte giuste. Vogliamo allora fregarcene, o dire che se lo meritano o che devono rimboccarsi le maniche? Non so, questi toni così sprezzanti mi lasciano davvero senza fiato.

  35. Luca said

    @ Rosamaria
    Quale blog svolge una funzione sociale? Forse quello di Grillo che controlla e denuncia le cose che non vanno, allo stesso modo la trasmissione Striscia la notizia. Il nostro blog nasce come tematico e di approfondimento, stavo pensando che la nostra pagina dei corsi e il nostro aggiornare continuamente sulle iniziative di formazione e anche sul mondo della scuola una qualche funzione sociale possa pur svolgerla.

    @ spazio.
    Come intendi il rapporto tra consapevolezza di sé e consapevolezza degli altri?
    La consapevolezza degli altri dovrebbe esserci quando si ha la consapevolezza di sé, consapevolezza e conoscenza che non debbono poi certo tramutarsi in egocentrismo.

    @Giorgia

    Stavo pensando alla legge Basaglia che ha chiuso i maniconi. La legge è del 1978 e esistevano manicomi come quello di Perugia con oltre 1000 internati. Era l’azienda più grande della regione. Questo per dire che gli invisibili portano soldi e forse a volte anche il volontariato ne è consapevole. Cmq al di là delle motivazioni per cui si presta cura alle persone, c’è di certo che una società di barboni e di invisibili non è una società sana. Nel caso delle due vecchie la loro condizione di barbone fa più effetto per la loro età. E cmq vedendole,fanno veramente impressione: deformi e sfigurate dal freddo, piene di stracci e inguardabili.

  36. Luca said

    @ Arthur

    Ok Arthur siamo qua, ormai siamo una rete di blog, amici-amici.

    @LadyGinevra

    Ho letto con attenzione il tuo post, anche io in questo periodo sono in tempo di bilanci e consutivi. Ho letto che hai passato da sola il Natale, vorrà dire che nel 2009 organizzerò un meeting del blog, un meeting convegno, magari alle terme tra una sauna, un fango, un massaggio e un bagno termale. Così è meglio, approfondimento e salute.

    @ Elle.

    Hai ragione a dire che la rappresentazione non ha senso, rappresentare un sentimento di empatia a che fine?. Ma c’è un fine in ogni cosa, c’è un fine per andare a messa senza poi crederci, per andare alle riunioni del partito solo per farsi vedere, per conoscere le famiglie bene del paesetto, per farsi vedere come volontari al pranzo di Natale.
    Molto spesso chi rappresenta un fare fa carriera, chi fa veramente non lo vede nessuno.

  37. Elle said

    Luca, non metto in dubbio che ci sia un fine in ogni cosa, forse occorre però distinguere un certo tipo di “fine”, inteso come tornaconto, ed il fine naturale e spontaneo di ogni cosa.
    Ecco, se io faccio gli auguri a Natale o a fine anno, non lo faccio certo perchè sto rappresentando qualcosa in quel momento, se non me stessa ed il mio desiderio di condividere con quella persona un pensiero, un sorriso, un augurio.
    E sarà pur vero che “chi rappresenta un fare fa carriera e chi fa veramente non lo vede nessuno”, ma anche qui bisogna forse tener conto di cosa è importante per sè e per la propria crescita, prima che per l’altrui visione e/o opinione delle cose e/o della persona.
    E sono certa che, non solo come persona ma come figura di “tutor” tu tutte queste cose, già le sai.
    Buon fine (d’anno) e buon inizio a te, a Rosamaria e a tutti gli altri dello staff.

  38. Luca said

    Ciao Elle,
    contraccambio veramente e sinceramente. Questo fine anno mi ha fatto conoscere diverse persone con te, molto interessanti.
    Alla prossima

    L

  39. mg said

    @ Rosamaria

    Grazie.

    @ Tutti

    Un sereno 2009.

  40. Luca said

    Cosa è il famigerato cinemapanettone?

    Risponde Annalisa Siani giornalista della Nazione:

    “Il genere compie 25 anni: due ore di risate anche grasse, sul comune desiderio di fuggire dalle feste al cotechino e tombola per una vacanza natalizia. Solo evasione contro l’incombenza dei parenti serpenti attorno alla tavola delle feste. Il genere, nonostante il quarto di secolo di vita non è consunto e serve anzi a far tirare al cinema italiano un sospiro di sollievo con quello che da qualche tempo si chiama cinepanettone: cotto e mangiato e poi rilasciato alla ingorda platea casalinga delle prime serate televisive”.

  41. Luca said

    Per questa sera e questo anno vi lascio, auguro a tutti di passare una buona serata e di iniziare l’anno come desiderate.

    Luca

  42. romaguido said

    Adozioni a distanza
    Caritas italiana

    P.S. Chiunque voglia può suggerire altri link. Che ne dite di fare una pagina solidarietà con link utili allo scopo?

    Che

  43. Luca said

    Ok, bella idea. Stavo pensando di fare proprio un articolo sul nostro essere blogger sociali, cosa è un blog che si occupa del sociale?

  44. Sicuramente è encomiabile suggerire indirizzi cui potersi rivolgere se si ha intenzione di aiutare ma, secondo me, come blogger, è più importante sensibilizzare, offrire agli altri, se l’abbiamo, una chiave di lettura delle problematiche sociali, affinché non si cada nel pregiudizio e nel giudizio sommario.

    Quando sento dire che le persone stanno per strada perché ci vogliono stare (e, per carità, spesso è vero, ma è degli innocenti che io mi preoccupo, affinché non debbano pagare due volte il conto che la vita ha loro presentato), o sento dire degli extracomunitari “perché non se ne tornano a casa loro?” (magari potessero, poveri disgraziati, o pensate che lasciare la propria patria e i propri cari per venirsene a dormire in 15 in una stanza di notte, e lavare i vetri di giorno, magari pure vittime di qualche racket, sia una scelta che si fa come quella di andare a Disneyland?), sicuramente penso quanto sia vero quel detto che recita “Chi poco sa, presto parla”

    Raccogliamo storie di vita, se ci è possibile, magari dalla nostra domestica, dalla badante dei nostri genitori, dai “voi cumprà” che incontiamo in spiaggia e alle stazioni, e cerchiamo di far capire che cosa significhi nascere da una pancia diversa da quella in cui siamo nati noi.

  45. Luca said

    Ciao Lady, sono d’accordo con te: un blog veramente sociale dovrebbe farsi raccoglitore di storie di vita e su queste confrontarsi per portare avanti le proprie idee. Un blog di informazione su fatti e avvenimenti che non ricevono tanta luce e tanta attenzione.

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