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Generazione Cepu: l’obbligo sociale di un titolo di laurea

Posted by Luca su 26 ottobre 2008

Ho trovato un interessante articolo di Ilaria Solari su Gioa di questa settimana. Cepu è diventata una multinazionale della formazione e preparazione con sedi in tutt’Italia e da poco anche all’estero. Il sistema universitario italiano non ha mai funzionato e gli italiani sono da sempre agli ultimi posti per quanto concerne il numero di laureati. E allora ecco l’idea geniale di Francesco Polidori, creare una struttura di sostegno a quegli studenti in difficoltà con gli esami, una struttura nata con lo scopo di agevolare la riuscita nello studio e il conseguimento dell’agognato titolo di studio. L’idea ha colto un bisogno: il bisogno sociale di conseguire un titolo di laurea per poi fregiarsi di dire di essere dottore. Ah a me viene il freddo quando qualcuno si presenza come il dott……, io mi presento sempre il sig. Iaconisi per esempio. Mi fa un pò pena questa apologia del titolo di dottore, dottore di cosa ,oppure i dottori lasciamoli in ospedale…… vorrei dire a chi mi si presenta in questo modo. Comunque la giornalista fotografa bene il successo Cepu passato in poche anni da qualche milione di fatturato l’anno a ben 112 milioni di euro. Il successo del Cepu si è accompagnato all’uso di testimonial famosi che riprendevano a studiare: Del Piero, Vieri, Valentino Rossi. Beh Valentino Rossi con Grandi Scuole della Cepu ha conseguito il diploma delle superiori per poi conseguire una bella laurea honoris causa alcuni anni dopo per le sue imprese sportive. Ora il pilota Rossi è anche il dottor Rossi.

Ed ecco che la giornalista conia il termine Generazione Cepu: in questa società moderna il titolo di studio da prestigio sociale, non viene richiesto di saper fare delle cose, già potersi definire dottore è un grande start up sociale, e poi fa tanto chic tra i parenti.

L’immagine che la giornalista da della Generazione Cepu è più efficace di qualsiasi mio impegno da scrittore ” negli ultimi 10, 15 anni intorno a quel marchio si è sedimentata nelle menti degli italiani la fotografia di una tribù sazia e un pò zuccona, per cui la laurea è un traguardo meno appagante e necessario della patente, ma bisogna pur tagliarlo”.

Beh se questa è la generazione Cepu, io non mi ci vedo. Considero il sapere stettamentemente connesso al saper fare. Posso pure sapere tante cose, ma se nel lavoro non sono in grado di impiegarle e di metterle a frutto ho perso tempo, soldi e impegno.

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15 Risposte to “Generazione Cepu: l’obbligo sociale di un titolo di laurea”

  1. Alberto Vesentini said

    Luca, purtroppo trovo una “Generazione Cepu” pure all’università statale…gente che non sa fare nulla che presenta i bigliettini da visita con il titolo incorporato il giorno dopo la laurea triennale. E rilevo che questa cosa si sta espandendo pure alle aziende: assumono (ovviamente precari) persone sulla fiducia data dal titolo accademico e spesso, mi è capitato, mi è stato “sbattuto” il telefono in faccia quando ho detto che non ho ancora il titolo della specialistica nonostante cercassi di chiedere un “provino” per dimostrare le mie capacità…

  2. Luca said

    Ciao Alberto,
    se ci pensi però Polidori ha avuto un’idea geniale: ha colto un bisogno latente e forte nella popolazione italiana, quello di predere la laurea è fregiarsi del titolo di dottore. L’italiano medio è da sempre ossessionato dal desiderio di riconoscimento sociale e vede nel titolo di laurea un qualcosa da conseguire non per le conoscenze e competenze che il titolo dovrebbe dare ma solo per il titolo. Il titolo di laurea diventa un fine in se.
    Un’altra considerazione: i grandi che hanno fatto fortuna da Bill Gates al fondatore di Apple o agli inventori di Google non hanno avuto un percorso universitario brillante, erano dentro ma al tempo stesso fuori dall’Università che consideravano troppo lenta rispetto alle loro idee. Gli Stati Uniti, paese complesso e pieno di diseguaglianze si premiamo le idee nuove e originali, si da fiducia alle persone. Da noi purtroppo questo non avviene, abbiamo un mercato dal lavoro compresso verso il basso, stipendi appiattiti, ma c’è anche un sistema Welfare State che gli Stati Uniti non hanno mai conosciuto. Sono aspetti da considerare: il capitalismo italiano è sempre stato un capitalismo assistito dallo Stato, le Università italiane vedono i privati come cattivi anche se si propongono di finanziare progetti di ricerca.
    Rispetto agli USA siamo un altro mondo con i suoi difetti ma al tempo stesso con alcune comode protezioni sociali.

  3. romaguido said

    Mi stavo chiedendo se abbia conseguito la laurea con questo sistema la “dottoressa” in Lettere che alla Cattolica è stata ritenuta capace di fare il ricercatore in
    Medicina Legale. Quando si dice la meritocrazia…!

  4. romaguido said

    Ridiamoci su…

  5. Alberto Vesentini said

    @ Luca

    Sono pienamente d’accordo: la piazza vuole qualcosa? Noi gliela diamo! Tanto i “vecchi” che ne capiscono nella maggioranza dei casi?

    “oh el me butin ch’el sa laureà” (oh il mio bimbo che ha preso la laurea, per i non veneti!) e via che si cavalca l’onda! (e poi parlano dei bamboccioni…mica aveva tanto torto!)

    PS: smentisco, in Italia abbiamo un esempio di “idee che vengono premiate”…premierate…premier…

  6. Alberto Vesentini said

    precisazione: “Tanto i “vecchi” che ne capiscono nella maggioranza dei casi?” della differenza tra Cepu e Università vera intendo…

  7. romaguido said

    Per sentito dire da chi ha lavorato per l’agenzia di cui sopra, il metodo consiste nel far seguire lezioni ed esami ad inviati (studenti e neolaureati), che poi preparano i “Bignamini” per lo studente. D’accordo, manca l’approfondimento e, probabilmente anche il tempo necessario alla adeguata assimilazione dei contenuti, ma chi ci dice che quei laureati, se veramente interessati alle tematiche in studio, non riescano a coglierne almeno l’essenza?

  8. Melba said

    L’Italia è il paese dei dottori. All’estero per avere il titolo di dottore devi aver fatto il dottorato.
    E’ un titolo in svalutazione.
    Basta poi pensare che qualche anno fa avere due lauree era un’eccezione di tutto rispetto, adesso chiunque fa il 3+2 ha due lauree, la junior e la senior.
    Stiamo andando verso il ridicolo.

  9. romaguido said

    Quello che mi diverte in tutto questo è che per identificare la laurea specialistica si parli di “specializzazione”. C’è, nel complesso, una madornale confusione di termini.
    E poi “le” feste di laurea (la prima e la seconda), i regali, le felicitazioni.
    Tutto questo aveva un senso quando conseguire un titolo significava entrare a pieno titolo nel mondo del lavoro; ora c’è poco da festeggiare: laurearsi significa, il più delle volte, andare a rimpinguare la folta schiera dei disoccupati.
    E’ stato questo il motivo che, ai miei tempi, mi ha spinta a rifiutare la festa di laurea; beh, ora la situazione non è certo migliorata.

  10. Luca said

    Ha ragione Rosamaria sul metodo Cepu, sono i tutor la fortuna dello studente, tutor che lavorano molto ma non prendono chissà cosa. Comunque non sono contrario a Cepu e alle altre organizzazioni che si sono proposte al mercato come aiuto/ausilio agli studenti. L’Università italiana è da sempre stata un disastro, è un’università per studenti, uno che lavora si trova tagliato fuori da tutto, non può seguire lezioni, non ha aule studio aperte dopo il normale orario, non ha servizi veloci alle segreterie. Tutto va a rilento nell’Università italiana e perciò sono necessari dei privati che fungono da supporto.
    In passato ho seguito dei corsi sull’Alzheimer: con questi malati che perdono progressivamente le proprie capacità si parla di approccio protesico. Il familiare care-giver o la badante funzionano come protesi al malato che perde via via progressivamente il proprio sapere fare.
    Cepu funziona da protesi all’Università; e ogni protesi va pagata.

  11. Luca said

    Per le feste di laurea non sono tanto d’accordo con te Rosamaria. Almeno qualche momento di festa nella scocciatura generale del quotidiano non fa male, anzi mi piace.

  12. romaguido said

    Hai ragione, Luca; in fondo è quello che dico io a proposito delle feste consumistiche che abbiamo importato dagli USA. ma la festa di laurea come preludio alla disoccupazione mi dà un senso di tristezza.

  13. Luca said

    Mah………Rosamaria io non la vedo così. Sabato è morto un tennista professionista che avevo conosciuto diversi anni fa. Aveva giocato domenica scorsa ma si sentiva male. Così si è fatto visitare e gli avevevano diagnosticato una broncopolmonite. Invece era una leucemia fulminante e in 5 giorni è passato dal campo di gioco alla fossa. E’ vero che la laurea non serve a niente, ma non roviniamo ogni istante.

  14. romaguido said

    No, Luca, non è affatto vero che non serva a niente. Io sono una che consiglia a tutti di studiare, approfondire, imparare; e dico pure che è sempre bene che ci sia un motivo, anche stupido, (festa dei nonni, delle donne, ecc..) per festeggiare, per scambiarsi gli auguri, per fare un po’ di baldoria, insomma.
    Ma la festa di laurea la trovo un po’ anacronistica. Una volta si festeggiava anche il diploma, per esempio, ed ora non lo si fa più. Ecco, per me la festa di laurea, quella con inviti in grande stile, decine e decine di invitati, bomboniere, gioielli di Morellato a profusione (sono gli unici che costino un po’ meno, non essendo, in realtà, dei veri gioielli) non mi piace, è un genere di “folklore” che non apprezzo.

  15. Luca said

    Avete festeggiato la vostra laurea?
    Che ne pensate? Festeggiare le cose è un obbligo, un obbligo sociale, qualcosa da fare, un appuntamento per conoscere nuove persone?

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