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Il nativo digitale, il precario e il bamboccione

Posted by Luca su 21 ottobre 2008

Tranquilli non è la rivisitazione del film Il bello il brutto e il cattivo del grande regista e maestro Sergio Leone.

È più modestamente una mia rilettura della figura del nativo digitale

I nativi digitali non crescono sugli alberi e non sono spuntanti all’improvviso come in qualche mito greco. Il termine fotografa solo un aspetto della loro vita, quello che riguarda il vivere le nuove tecnologie informatiche o l’essere nativi digitali si riflette anche sul modo generale di vivere e di affrontare la quotidianità?

Non possiamo accettare l’idea del nativo digitale come chiuso alla vita e interessato alle sole tecnologie informatiche. Mi ha interessato l’intervento di Derrick de Kerkove nel convegno su Second Life tenutosi presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università Roma Tre secondo cui le nuove tecnologie informatiche della comunicazione attiverebbero parti del cervello in modo maggiormente intenso rispetto alla didattica di tipo tradizionale.

Come si inquadrano i nativi digitali nel categoria dei bamboccioni inventata dal Ministro Padoa Schioppa? I nativi digitali sono dei bamboccioni o sono dei precari destinati a un futuro lavorativo sempre più precario?

Ecco sono dei precari/bamboccioni. Non male come quadro e come rappresentazione. Sono delle persone che difficilmente troveranno un posto di lavoro fisso per tutta la vita. Certo salvo i miracolati che “vincendo” un concorso nella P.A. si mettono al riparo da ogni rischio di fallimento dell’azienda o di licenziamento. Il nativo digitale-bamboccione-precario se entra nel mondo del lavoro lo fa con contratti atipici, poco garantiti. Se la si vede bene questa vicenda la si chiama flessibilità, se la si vede male precarietà, instabilità, rischio. Il nativo digitale entra nel mondo del lavoro come stagista perpetuo, poi viene promosso a “cococo”, se va bene viene assunto a tempo determinato, tempo determinato che però non sembra avere mai fine.

In questo senso leggo con favore la metafora della “Generazione Tuareg” proposta da Francesco Delzio (direttore affari istituzionali del Gruppo Piaggio): “cadute le ideologie, venute meno le sezioni dei partiti e i luoghi di aggregazione, i giovani si trovano come nel deserto, avendo oltretutto sviluppato una personalità solistica che li fa oscillare tra Narciso e Peter Pan”. Questa metafora della generazione tuareg mi ha fatto tornare in mente uno scritto di Lorenzo Cherubini (in arte Jovanotti) che parlava dello sguardo tuareg. Lo sguardo tuareg è quello dei popoli che vedono lontano, che vedono oltre l’orizzonte, oltre la superficialità delle cose. In questo senso lo scritto di Jovanotti era utilizzato in un corso universitario di pedagogia interculturale come metafora dell’andare oltre l’integrazione e verso la società multiculturale.

Generazione Tuareg e Sguardo Tuareg però in questo senso mi sembrano evidenziare due aspetti diversi. Il nativo digitale ha uno sguardo tuareg? O invece il suo sguardo è specialistico e forse anche troppo disincatanto?

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