Tutor online qualificati

Il blog del gruppo Tutor Online Qualificati

Comunità di pratica

Posted by Luca su 23 settembre 2008

Un ambiente  che ritengo ideale per formare tutor on line è la comunità di pratica.

Il concetto è stato coniato dall’antropologo canadese Etienne Wenger sulla base di alcuni studi condotti sull’apprendistato come nuova modalità di apprendimento. Un apprendimento basato sul superamento della distinzione tra docente e allievo, un apprendimento di tipo collaborativo volto a co-costruire la conoscenza anzichè riceverla passivamente, un apprendimento che supera la tradizionale dicotomia tra il fare e il sapere.

L’allievo non viene più visto come un vaso vuoto da riempire ma come portatore di un proprio vissuto,  di proprie abilità-conoscenze e competenze. L’apprendimento diventa quindi un fare nella pratica.

A chi volesse approfondire l’argomento consiglio di leggere, oltre all l’i’interessante articolo di Giuliana Guazzaroni,  anche quelli di Guglielmo TrentinVittorio Midoro e Italo Calvani.

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7 Risposte to “Comunità di pratica”

  1. Grazie Luca!!!

  2. romaguido said

    Davvero interessante, Luca, la discussione che tu proponi. Noi del gruppo sappiamo bene che da anni cerchi di mettere in pratica quella che dovrebbe essere una mentalità radicata in quanti vogliano realmente fare, ricevendo e trasmettendo saperi che solo attraverso la condivisione acquistino una dignità tale da permettere la crescita collettiva della comunità.
    Non di rado ti abbiamo preso in giro per la tua testardaggine nel voler allargare il numero degli iscritti al gruppo, per la tua insistenza affinché ognuno partecipasse, mettendo a disposizione della comunità la sua esperienza, approfondita o superficiale che fosse.
    Col tempo abbiamo così scoperto che ognuno di noi, dal più piccolo al più grande, ha qualcosa da dare al gruppo, da cui avrà così la possibilità di ricevere l’allargamento del proprio orizzonte, non solo in termini di conoscenza bensì, e non è cosa da poco, in termini di autostima ed autoefficacia.
    Io sono stata la prima ad accusarti di voler usare il frustino, quasi fossimo cavalli da corsa da portare al traguardo prima possibile, ho detto che quasi ci doperesti, se la cosa fosse possibile.
    Ecco, in questa sede credo sia giusto riconoscerti il grande merito di essere un coach perfetto per i tutor on line e credo di interpretare il parere di tutto il gruppo nell’ammettere che non avremmo potuto trovare di meglio.

  3. romaguido said

    Onde riprendere la discussione aperta da Luca, continuo il discorso aperto a proposito degli IDEI riportando la parte che riguarda il costruttivismo e le comunità di pratica; naturalmente nell’articolo parlo di classi scolastiche e di attività che potrebbero essere finalizzate al recupero degli apprendimenti, ma se facciamo nostra la teoria del lifelong learning, niente ci vieterà di applicare le stesse tecniche pedagogiche ad ogni comunità di pratica, prima fra tutte quella dei tutor on line:

    “Ogni azione pedagogica relativa all’esperienza scolastica, a nostro avviso, ottiene risultati migliori se proposta all’intero gruppo classe, ossia ad “una comunità di apprendimento, articolata in classe o altro gruppo di riferimento, (in cui) insegnanti e allievi/allieve, nella diversità di ruoli, competenze e modalità di partecipazione, collaborano sia alla costruzione della conoscenza sia alla esplicitazione del senso delle esperienze vissute.”(1) Col tempo, infatti, si creano equilibri e situazioni che possono costituire una risorsa, un punto di partenza che sarebbe dannoso surclassare con interventi individualizzati ma non personalizzati.
    Questa convinzione, fortemente radicata in me, trova un felice riscontro nelle tesi di studiosi di fama internazionale, che hanno ricercato vie pedagogiche più efficaci e attuali, giungendo a teorie di tipo costruttivista.
    In genere, l’insegnamento tradizionale tende a trasmettere ai discenti nozioni che vengono subite perché non abbastanza aderenti alla realtà del momento. Ne risulta una conoscenza fittizia e superficiale che tende, nel tempo, a produrre una zavorra ingombrante e disordinata di concetti i quali, anziché stimolare negli allievi la curiosità per certe tematiche e quindi promuoverne la crescita, allontanano il loro interesse dagli argomenti via via affrontati, facendo sì che essi vengano defraudati di concetti basilari e di abilità che potrebbero risultare preziose nella loro futura vita di cittadini e lavoratori.
    Secondo la teoria del costruttivismo, invece, il soggetto riceve l’input ed il riconoscimento del proprio sapere solo attraverso il gruppo, che può arricchire con la propria esperienza e da cui può attingere saperi. Attraverso l’interazione col gruppo, quindi, l’allievo diventa attore del proprio processo di apprendimento, nella misura in cui è chiamato ad occuparsi di ambiti strettamente legati alla propria realtà, al proprio interesse, alle proprie capacità e relativamente alla possibilità di scambiare, verificare, mettere in pratica idee, esperienze, competenze.
    Un simile processo di apprendimento, che trae la sua ragion d’essere, il suo presupposto e la sua forza dall’azione esercitata nel gruppo e dal gruppo, risulterà tanto più efficace e proficuo quanto più il soggetto sarà capace di comunicare, collaborare, costruire col gruppo, per il gruppo e grazie al gruppo, in un ambito scelto tra quelli che, in quel particolare momento, risultano di maggior interesse e per cui si è disposti a mettere a disposizione della comunità non solo ciò che si sa, ma soprattutto ciò che si sa fare.
    L’attività pratica di gruppo, alternata alle discussioni ed alle decisioni che via via la maggioranza prenderà, faranno sì che ogni componente la comunità possa sviluppare conoscenze e competenze che, acquisite in quel determinato ambito, potranno essere tesaurizzate per i futuri lavori, le future esperienze, in poche parole per la vita.
    “L’idea di una classe scolastica come sistema socioculturale, […] che caratterizza una comunità di apprendimento, è innanzitutto la consapevolezza delle mete da raggiungere intenzionalmente tramite le attività scolastiche che esso mette in moto. […] L’interazione rende i processi di pensiero «visibili», ossia pubblici e condivisi dando loro un valore sociale. Gli studenti vengono socializzati ad essere attivi, metacognitivamente consapevoli mediante la partecipazione a una comunità che richiede loro di pensare e riflettere, di considerare se stessi come impegnati in analisi critiche e risoluzione di problemi per trasformare la conoscenza, a partire dalla revisione delle proprie idee e credenze”(2)
    Infatti “l’obiettivo generale della comunità dovrebbe essere espandere le conoscenze e le abilità della comunità. Per massimizzare il suo apprendimento la comunità ha bisogno di trarre vantaggio dalle conoscenze dei suoi membri. Il fine è, per gli individui, guadagnare costantemente nuove conoscenze e condividerle tra loro stessi. Mettendo, infatti, in comune le conoscenze provenienti da tutti gli individui, la comunità può espandere la sua conoscenza collettiva”(3) .
    Sono queste le idee fondamentali del “costruttivismo socio-culturale” e della “cognizione situata-distribuita”, secondo cui una comunità di pratica può costruire, attraverso la natura condivisa ed il luogo distribuito(4) , un processo di apprendimento tanto più autentico quanto più calato nel suo contesto di significatività(5) .
    L’intervento di recupero, progettato secondo le modalità di “apprendimento unitario”(6) or ora esposte, ponendo ogni allievo in condizione di poter dare secondo le reali e puntuali possibilità, valutando la performance e non l’abilità, ossia prendendo in considerazione non ciò che lo studente sa, ma ciò che “sa fare con ciò che sa”(7) potrebbe permettere quella “valutazione autentica” attraverso cui la classe accetterà di buon grado ogni giudizio positivo, laddove questo provenga da una reale partecipazione del singolo alle attività proposte. In tal modo il giudizio positivo risulterà intelligibile e condiviso da tutto il gruppo classe, fugando ogni sospetto di promozione nominale, spesso significativa causa di un crollo dell’autostima del soggetto in difficoltà e motivo di disorientamento nel resto della classe. …
    …I RISULTATI AUSPICABILI
    Attraverso le molteplici attività proposte, si darà modo agli allievi, grazie al sostegno, al supporto, al controllo del gruppo di produrre elaborati adeguati alle loro tendenze, abilità, intelligenze(8) .
    Il lavoro di gruppo stimolerà tanto i più pigri e quelli frenati da carenza di autostima, quanto i soggetti più desiderosi di approfondire e mettere in pratica le conoscenze acquisite e, in ultima analisi, consentirà a tutti di arricchire il proprio bagaglio di abilità e competenze. In tal modo si riuscirà a recuperare alla giusta considerazione di sé la maggior parte degli alunni che riusciranno a prodursi nelle performance più adeguate al tipo o, meglio, ai tipi di intelligenze possedute.
    Così facendo si metterà in pratica, in maniera quasi indolore, per “normale specialità”, la “discrepanza autentica”(9) di Fiorin, che fa ricorso ad un’immagine molto efficace, il salto in alto: un’asta la cui altezza da terra sia uguale per tutti è poco democratica secondo la filosofia
    di Don Milani, ma un’asta abbastanza lunga, i cui estremi poggino su supporti posti ad una diversa altezza, permetterà al ragazzo di cimentarsi in “performance “ adatte alle sue reali possibilità, senza che per questo egli abbia la sensazione di aver aggirato l’ostacolo o di non essere stato messo in condizioni di saltare; il compito assegnato al gruppo sarà lo stesso ed ognuno avrà la sensazione di aver gareggiato lealmente e di aver raggiunto l’obiettivo.
    Volendo aggiungere un mio pensiero, potrei dire che, tutto sommato, c’è un modo di far saltare tutti ad uno stesso livello: passare dal salto in alto al salto con l’asta; quest’ultima, infatti, svolgerebbe l’azione mediatrice necessaria per passare dalla capacità alla performance, secondo la classificazione ICF,(10) riportata da Ianes.: ”In questo sistema si insiste su una distinzione fondamentale: tra “capacità” e “performance”, dove per “capacità” si intende ciò che si sa fare senza alcun mediatore contestuale, mentre “‘performance” è ciò che si può fare con i mediatori contestuali attuali a disposizione.”(11)
    Nel nostro caso il gruppo, il tutor, il metodo costituiscono il sistema di facilitazione capace di promuovere il superamento degli ostacoli e la crescita del singolo all’interno del gruppo. Alla fine è il gruppo che vincerà.
    In conclusione, si tratterà di mettere in pratica un gioco di squadra in cui ognuno competa con se stesso e, grazie all’aiuto del gruppo, possa migliorare il proprio record personale. Si potranno così registrare tanti piccoli successi, perché per battere il proprio record basterà migliorare di una spanna; non sarà necessario, infatti (natura non facit saltus!), infondere uno sforzo tale da raggiungere d’un balzo il primo della classe. E le stesse “eccellenze” (12) potranno vedere nella loro partecipazione attiva l’utilità di un servizio alla collettività, potranno comprendere che le maggiori capacità sono un dono da utilizzare per il bene comune del gruppo, della classe, del territorio e, in ultima analisi, del villaggio globale.”

    1. MPI, Commissione di studio per il programma di riordino dei cicli di istruzione (L. n. 30 del 10/02/2000). Sintesi dei Gruppi di lavoro. Roma, 12 settembre.
    2. Mason, (1999) in Epasto A., “Idee, strumenti e metodi dell’apprendimento collaborativo supportato da computer” Corso di Perfezionamento in “Personalizzazione dei percorsi formativi”Unical, Arcavata di Rende, 21 luglio 2006.
    3. idem
    4. Lave, J., & Wenger, E. (1991). “Situated learning. Legitimate peripheral participation”. Cambridge, England, New York: Cambridge University Press.
    5. Luca Bertazzi La classe, una comunità che apprende – Convegno Nazionale “LA SCUOLA”: Una comunità che accoglie, istruisce, educa” (Roma, 20 novembre 2004 ).
    6. Bassotto I., “La progettazione di UA e la personalizzazione dei percorsi formativi” Unical – Cosenza 2006.
    7. Wiggis G. (1993) cit. da Bassotto I. in “Valut…azioni…” – Unical – Cosenza, 2006
    8. Gardner H., Sapere per comprendere, Feltrinelli, Milano, 1999.
    Fiorin I., – Problemi di didattica generale – Corso di perfezionamento in “Personalizzazione dei percorsi formativi” Unical, Cosenza, 2006.
    9. Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) Classificazione delle disabilità, salute e del funzionamento (ICF), 2002.
    10. Ianes D. in Voci della scuola, Tecnodid, Napoli, 2003.
    11. (l’espressione, tanto cara al ministro Moratti, ci piace poco perché evoca vagamente, a nostro parere, scenari di fanatismo antidemocratico a metà strada tra la filosofia spartana e l’orgoglio fascista).

    *da Rosamaria Guido, IDEI: un’occasione di “speciale normalità” per la valorizzazione delle differenze. Considerazioni, esperienze, proposte., in Antonella Valenti, Personalizzazione dei percorsi formativi: analisi pedagogica, educativa e didattica , LUCIANO EDITORE, Napoli, 2007

  4. Luca said

    Ciao Rosamaria,
    più che un commento è un vero e proprio trattato. Brava.
    Per capirlo bene dovrò stamparlo.
    Barbara può anche dire che si può leggere direttamente sullo schermo. Leggere per leggere si può fare ovunque, leggere per apprendere dei contenuti è cosa molto diversa. Voglio vedere come una persona di intelligenza media può ripetere il contenuto del commento di Rosamaria con tutti i punti e le teorie. A volte gli stessi nativi digitali pensano di avere capacità cognitive eccelse quando invece non raggiungono neanche un quoziente di intelligenza media. Essere smanettoni nella rete e dei completi emarginati sociali non è bella cosa.
    Sorvolo sul fatto che persone come Forrest Gump, quindi con un basso quoziente di intelligenza, riuscivano poi in altri settori e campi pur avendo una intelligenza sotto la media (Forrest Gump per esempio correva per mesi e giocava a ping pong nella nazionale americana. Lo stesso Bill Gates era uno studente di scarso impegno nelle materie universitarie.
    Cosa c’è di nuovo quindi nell’agire nella Rete?

  5. Luca said

    Ciao Rosamaria,
    è vero quello che dici nel tuo commento. Credo nell’applicazione dei principi teorici del costruzionismo sociale e nell’ambiente comunità di pratica come quello da preferire per sviluppare apprendimento.
    In un tuo articolo precedente hai esaminato molto bene il nostro gruppo dei tutor come esempio di comunità.
    https://tutoronlinequalificati.wordpress.com/2008/09/01/la-comunita-di-pratica-e-il-blog/

  6. romaguido said

    @ Luca
    La rete dà la velocità, l’immediatezza, la possibilità di comunicare, ricercare, visitare luoghi(questo si, virtualmente), scaricare materiali che una volta sarebbe stato difficile procurarsi in breve tempo.
    Io credo che gli emigranti digitali, avendo un più solido background, possano usufruirne nel migliore dei modi, ossia per velocizzare operazioni che comunque sarebbero in grado di fare, sia pure in un tempo molto più lungo.
    Per i nativi digitali, invece, il discorso è diverso. Per loro la rete è il primo passo, è la Bibbia, il mezzo che permette di ottenere tutto col minimo sforzo. Così comprano, vendono, leggono, traducono, riassumono, ma, puntando al risparmio del tempo e delle energie e non potendo contare su solide basi culturali, ottengono spesso risultati disastrosi. Avete mai provato, come fanno spesso spesso i nostri ragazzi, a riassumere un brano con con la funzione automatica di Word? E’ allucinante! Lo stesso dicasi per la traduzione automatica, utile a capire il senso di un documento, ma poco adatta ad una versione corretta e lineare dello stesso.
    Probabilmente i ragazzi sono portati a leggere direttamente dal monitor: per loro scaricare e stampare per assaporare, valutare, analizzare ogni frase, cogliere ogni sfumatura di un pezzo sarebbe uno spreco di tempo e di energie; meglio cogliere al volo il senso, leggendo distrattamente tra una chat e l’altra. Già, perchè il nativo è sempre on line, sempre aperto al mondo (salvo poi identificare i contatti con le finestre da aprire e chiudere a proprio piacimento).
    Ed è questo il pericolo più grande a mio avviso: non usare la rete ma essere la rete.
    Tu, Luca, sei abituato a prendere appunti; lo fai davanti alla TV, quando vengono trasmessi servizi interessanti, durante le videoconferenze, di cui usi riassumere i punti salienti per darne in tempo reale il resoconto al gruppo, e chissà in quante altre occasioni. Tu hai avuto l’imprinting per questo, ti è naturale farlo, è un atteggiamento tipico degli “emigranti” il tuo.
    I nativi no, hanno imparato a digitare prima di riuscire a tenere in mano la penna, a registrare prima ancora che a prendere appunti, ad ascoltare prima che a leggere (la rete permette anche questo, perchè non approfittarne?).
    Gli emigranti alla loro età avevavo il culto dei libri, li leggevano, li assaporavano, li amavano; era una festa ogni anno recarsi il libreria per comprare i libri di testo, assaporare il profumo delle pagine fresche di stampa. Oggi i libri rappresentano una “inutile” zavorra che appesantisce gli zaini: molto meglio usare l’i-pod, leggero, maneggevole, poco ingombrante, e scaricare podcoast istruttivi, e-book, musica, giochi, immagini, da ascoltare, vedere, fare, mentre si è a scuola, con amici, in metropolitana; poco male se l’icomuncabilità aumenta, il linguaggio si impoverisce, i rapporti si inaridiscono…

  7. Luca said

    E’ vero quello che dice Rosamaria. Io ho un’agenda che uso quando guardo la televisione. Mi annoto tutto quello che mi incuriosisce.
    A me piace farlo e l’ho sempre fatto. E’ possibile fare la stessa cosa on line, con segnalibri, modifiche del testo e altri strumenti vari. Ma a me non riesce altrettanto naturale che prendere appunti con carta e penna.

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