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Adolescenti: nativi digitali

Posted by Luca su 13 settembre 2008

Si parla molto di nativi digitali, come individui cresciuti nell’uso delle tecnologie di comunicazione telematiche e per questo modificati nelle loro modalità comunicative rispetto ai non nativi digitali. Ma la nuova modalità comunicativa è veramente nuova?

Uno scrittore, Andrea Bajani ha indagato il fenomeno adolescenti da un punto di vista sociale gettandosi con sprezzo del pericolo al seguito di tre scolaresche di Torino, di Firenze e di Palermo e scrivendo poi un libro basato sul resoconto di quelle esperienze di gite scolastiche.

Lo scrittore giustamente rifiuta l’etichetta di “nativi digitali” e critica la versione stereotipata dell’adolescenza intesa solo come “picchiatori, vandali, bulli privi di valori, con in più la dannazione tecnologica di You Tube, della chat e degli sms”.Lo scrittore non condivide questa versione stereotipata e sostiene che “in fondo l’adolescenza è rimasta drammaticamente la stessa. Gli adolescenti di oggi sono quello che noi eravamo ieri, con tutta la insicurezza di un’età in cui si può diventare tutto e si ha paura di diventare niente”.

La categoria nativi digitali non mi piace. Mi ricorda forse quella dei nativi americani che però venivano messi in delle riserve indiane dai nuovi colonizzatori. Non è dicendo gli adolescenti sono dei nativi digitali che non posso comprendere che ci si avvicina a loro.

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30 Risposte to “Adolescenti: nativi digitali”

  1. E’ meno drammatica la cosa. Una tecnologia viene assimilata completamente se diventa inconsapevole. E diventa inconsapevole se siamo nati prima di essa. Gli esempi di come chi ha più o meno quarant’anni ha interagito rispetto ai nonni con il telefono di casa e con la tv, o dei bambini degli anni novanta con i videoregistratori e i telecomandi rispetto sempre ai loro nonni spiega bene cosa vuol dire quello che ho scritto all’inizio. Oggi sta crescendo una generazione che si trova a essere nata dopo (e quindi a percepirla in modo inconsapevole) tre tecnologie che hanno completamente cambiato il modo di vivere: personal computer, cellulare e Internet. E in questo mondo nuovo, creato dagli “emigranti digitali” (chiamati così come quegli emigranti che contribuirono a creare l’America senza mai essere totalmente integrati per via della lingua, degli studi ecc.), questa generazione di “nativi” (come i figli degli emigranti che invece furono totalmente integrati nel mondo creato da chi li aveva preceduti) porterà a termine il passaggio a un mondo con al centro le tecnologie digitali, che però, finalmente, diventeranno “invisibili”, come oggi per noi è il frigorifero.

    gp

  2. giroxia said

    Credo che Bajani non abbia tutti torti, i giovani di oggi sono come quelli di un tempo. Già Cicerone nei suoi scritti si lamentava di quanto fossero eccessivi i costumi dei giovani e di quanto si discostassero da quelli dei loro padri. E’ una ruota, ogni generazione ha qualcosa da rimproverare ai più giovani hanno qualcosa da contestare agli adulti agli adulti.
    Rispetto al mondo digitale trovo profonda la considerazione di Gianpiero sull’aderenza dei più giovani alle nuove tecnologie digitali, che probabilmente per loro non sono ‘nuove tecnologie’ ma strumenti disponibili per comunicare, studiare, giocare; siamo ancora noi a viverle come nuove.

    Il nuovo forse è la modalità di interagire con l’ambiente (vi prego smentitemi!!), che rinforza la difficoltà a stare a lungo sulle cose: su un libro, su un programma di contenuto, su un audio di apprfondimento allo studio… La molteplicità di strumenti di comunicazione porta a shiftare da un ambito all’altro continuamente. Tipico lo studio pomeridiano con messenger a disposizione, continuamente frammentato. Esiste una vera e propria difficoltà a elaborare uno stimolo per volta e a lungo. Credo che anche gli adulti percepiscano questo.

  3. romaguido said

    Si, Giorgia, purtroppo anche noi ci stiamo adeguando. Lo facciamo con i mezzi a noi più consoni, ma è un dato di fatto che tutti facciamo lo zapping tra i canali anche quando non ce ne sarebbe bisogno, che consultiamo il televideo metre seguiamo il programma televisivo prescelto, che ormai gli spot pubblicitari non ci danno più fastidio, anzi li aspettiamo per poter fare cose che disturberebbero la visione dei programmi…
    A questo punto un dubbio: e se col tempo “scivolassimo” verso lo stesso atteggiamento frenetico anche nell’ambito dei rapporti umani?

  4. giroxia said

    E già…giusta riflessione. Mi fa piacere quanto meno verificare che questa percezione non è solo mia. Da quando lavoro online, seguo corsi online è tutto un saltare da un’email all’altra, da un forum all’altro, ed è divertente e stimolante!!! Ma mi dico attenzione, riusciresti a leggere un libro di filofosia in silezione per un paio d’ore? Sta cambiando il mio modo di elaborare le informazioni e non so se in meglio. In mezzo alla natura mozzafiato e sotto un sole meraviglioso mi porto dietro l’ipod con il corso di inglese, il libro da leggere per il lavoro, ecc.
    Tutto questo mi sta facendo pensare molto, se poi ripenso ai miei 8 anni in una struttura universitaria dove lavoravo sui distrubi d’attenzione e iperattività… questo mi fa meditare.

  5. Luca said

    Ho letto con attenzione le vostre riflessioni, sono d’accordo nel ritenere che vivere una tecnologia in modo inconsapevole e attivo ne favorisca l’utilizzo. La stessa cosa vale per l’apprendimento delle lingue facilitato fino a una certa età anche da meccanismi fisiologici come la non mielinizzazione dei neuroni che facilita l’apprendimento giovane rispetto allo studente adulto.
    Mi piace l’espressione usata da Lotito di “emigranti digitali” per indicare gli adulti alle prese con nuove tecnologie che si trovano a apprendere. Per l’adolescente vissuto da sempre con queste tecnologie non si tratta di apprendimento ma di utilizzo.
    Si tratta quindi di un fare e non di un processo cognitivo faticoso e noioso.

  6. Giroxia said

    L’utilizzo automatizzato di qualcosa però prima di diventare tale deve essere appreso e allenato. L’appredimento precede è una precondizione.
    Le nuove generazioni hanno il vataggio di essere esposti in modo preoce a certi stimoli, più c’è esposizione ed sercio prima avviene l’automatizzazione e quindi un utilizzo non faticoso.

  7. Luca said

    Si Giorgia mi trovi d’accordo.
    Si tratta di un utilizzo automatico che non viene percepito come vero apprendimento e quindi non affaticando a livello cognitivo diventa più immediato e gestibile.

  8. Siemens nel Connectivism Blog parla della discussa distinzione tra “Nativi Digitali” ed “Immigrati digitali”. Sono molti gli articoli che si rifanno alla nota distinzione di Prensky. Siemens scrive di trovare il dualismo proposto alquanto offensivo. Inoltre, la suddivisione tra Nativi e Immigrati del digitale sembra essere portatrice di una sorta di conflitto tra le due categorie… http://scioglilingua.wordpress.com/2008/01/30/scioglilingua-i-nativi-e-i-migranti-del-digitale/

  9. @ Giuliana
    Nel mio piccolo ho inteso modificare la definizione di Prensky perché quest’ultima porta effettivamente a una differenza tra coloro che “nascono” con le tecnologie nella culla e coloro che sono costretti ad apprenderle in età adulta. Ma non esistono solo queste due categorie. Ci sono anche quelli come il sottoscritto (“emigranti” e non “immigranti”) e tantissimi milioni di altri che hanno lavorato una vita per creare questo mondo. O che utilizzano le tecnologie digitali a livelli di eccellenza, o comunque in modo sufficiente a farli lavorare e comunicare con agio e vantaggi. E le persone che hanno lavorato a questa creazione, lo hanno fatto per portarlo a compimento. E tutto vedono tranne che il mondo dei nativi come ostile. Sarebbe un po’ come vedere ostile il mondo dei propri figli…

    Per quanto riguarda gli interventi precedenti sull’approccio cognitivo dei nativi (personalmente condivido tutto quello che hanno scritto Luca, Giroxia e Romaguido) aggiungo una cosa. I nativi hanno un approccio naturale con le tecnologie: le usano quando servono! Noi emigranti siamo spesso “tecnofreaks”: se possiamo fare una cosa con la tecnologia la facciamo anche se ci costa più tempo e più fatica. Però fa “figo”…

    Per quello che riguarda l’apprendimento, pensate a cosa vuol dire imparare una lingua straniera da bambini o a 40-50 anni…

  10. Aggiungo un’altra piccola riflessione…

    Nella mia esperienza come insegnante in una scuola media ho notato che i miei studenti mi chiedevano insistentemente di utilizzare il laboratorio informatico (insegno inglese). Li ho osservati, e mi è sembrato che la maggior parte di loro non fosse pienamente consapevole delle potenzialità degli strumenti che utilizzavano. Come se mancasse una riflessione critica su ciò che si può fare utilizzando un computer in rete. Lo so è chiedere troppo a un ragazzo di 13 anni! Però credo anche che sia importante! Sbaglio?

    Mi ha colpito molto nel commento di Gianpiero leggere delle tecnologie che finalmente diventano “invisibili” come, per me, un frigorifero…certo che io non desidero riflettere criticamente sulle potenzialità di un frigorifero perché davvero non lo trovo interessante…c’è e basta!

    Allo stesso tempo, insegnare i saluti in una lingua stranira a un adulto e a un bambino è diverso. Il primo potrebbe provare imbarazzo o senso di estraneità, il bambino potrebbe, dopo un po’ sentirlo naturale e farlo suo…
    …riflessioni. prima di andare a dormire.

  11. romaguido said

    Davvero efficace l’immagine del frigorifero usata da Giampiero per spiegare l’atteggiamento dei migranti nei confronti delle nuove tecnologie; mi riporta alla mente la scena del film “C’eravamo tanto amati” in cui Giovanna Ralli offre a Gianni/Vittorio Gasmann una bevanda col ghiaccio “fatto in casa col frigorifero”. Oggi la battuta risulta esilarante ma, a pensarci bene, la meraviglia che accompagnava in quegli anni l’ingresso degli elettrodomestici nelle nostre case non è poi molto diversa da quella che io stessa ho provato scoprendo che il copia/incolla poteva affrancarmi dalla schiavitù dei nastri correttori, che Excel permetteva di realizzare, in quattro e quattr’otto, grafici da 10 e lode, che i vari programmi di grafica mi consentivano di ottenere immagini d’effetto nonostante la mia incapacità di usare matite e pennelli…
    Quanto ai “technofreaks” disposti a perdere del tempo pur di risultare “fighi”, sono d’accordo sulla fatica che costa imparare l’uso di nuovi programmi, ma credo che la perdita di tempo iniziale sia ampiamente compensata dalla rapidità con cui in seguito si potranno conseguire risultati più che soddisfacenti.
    Per quanto riguarda la mia modesta esperienza, solo in due cose sono riuscita a trovare una pressoché inutile perdita di tempo:
    1) la chat, che costringendo a scrivere, risulta senza dubbio meno immediata del telefono (almeno dove non si usi il voip);
    2) il dilagante uso delle emoticon, che tra i “migranti” risulta essere spesso una forzatura (Luca lo ha messo in evidenza più d’una volta nel ns gruppo Yahoo) e che personalmente mi terrorizza in quanto lo ritengo un chiaro esempio di come linguaggi a noi poco consoni possano compromettere l’efficacia della comunicazione.

  12. Luca said

    Il pensiero di Siemens riportato da Giuliana lo condivido. Pur non conoscendolo nello specifico, avevo pensato la stessa cosa paragonando i nativi digitali ai nativi americani. L’esito in entrambi i casi è una contrapposizione che è però nelle cose dei passaggi generazionali. Non a caso Giogia S. si riferiva alle agli autori latini per mettere in evidenza questo aspetto nel passaggio da una generazione all’altra.
    Mi è piaciuta molto l’espressione tecnofreaks usata da Gianfranco Lotito per indicare gli emigranti digitali. E tua Gianfranco? Oltra a essere bella esteticamente, rappresenta appiena la realtà di vissuto tecnologico degli individui in oggetto.
    Questa discussione mi sta appassionando.

  13. Luca said

    In relazione al concetto di tecnologia invisibile usato da Lotito, basta pensare ala differenza tra il vecchio linguaggio Dos in cui l’utilizzatore doveva conoscerlo per far funzionare il computer e il sistema a finestre inventato prima da Apple e ripreso da Windows.
    Dos è un linguaggio per pratici e informativi, devi conoscere il linguagggio di programmazione, ora invece ti basta cliccare su una finestra per fare funzionare il computer.
    Quindi Dos è una tecnologia visibile, Windows è una tecnologia invisibile.

  14. Simona said

    Credo che ognuno di noi, che sia “nato” o “catapultato” nella tecnologia attualmente utilizzata da tutto il globo, stia pian piano trascurando la vita reale con annessi i rapporti interpersonali. Difatti, almeno per me, non esiste giorno in cui non accendo il pc per leggere qualche mail, si di persone lontane, ma anche di quelle che in realtà sono facilmente raggiungibili in 5 minuti. Sono la prima a dire che la tecnologia è un mondo meraviglioso, ma a volte mi rendo conto che lo stiamo utilizzando in eccesso nella nostra vita. C’è chi non ha più letto un libro da quando ha il pc visto che trascorre in sua compagnia gran parte del proprio tempo libero, chi preferisce starsene a giocare con la Nintendo Wii simulando lo sport del golf o del bowling piuttosto che scendere in giardino e tirare 4 calci ad un pallone, chi per tutto il giorno non fà altro che spedire messaggini con il cellulare invece di invitare ad uscire gli amici per un giro spensierato per la città. Insomma la tecnologia ha invaso totalmente le nostre abitudini e ci sta allontanando da quelli che erano stimoli più naturali per il nostro cervello. Per non essere inghiottita in senso negativo da tutto ciò, continuo ad andare in palestra 3 volte a settimana per stare in compagnia di persone nuove; ogni sera non ho perso la sana abitudine di prendere un libro in mano e leggerlo fino a che la stanchezza non mi obbliga a poggiarlo sul comodino; contatto si tramite sms gli amici, ma cerco di vederli ogni week end in uscite varie; continuo a studiare su libri cartacei perchè la soddisfazioe di sfogliare un libro con i polpastrelli certamente non me la dà lo spostamento minimo di un mouse sul pc.

  15. romaguido said

    Brava, Simona!
    Per te vale il detto “In medio stat virtus”. Continua così: il segreto della saggezza è tutto lì.

  16. Melba said

    Molto interessanti le definizioni di nativi, emigranti e immigranti. L’ingresso di tecnologie per noi ora invisibili come la tv, il frigorifero, il videoregistratore, hanno però avuto lo stesso impatto sulla società di internet, del cellulare e del computer? voglio dire…il divario tecnologico che separa queste due generazioni non è molto più grande di quello generato dall’avvento, ad esempio, della tv o dell’auto?
    In fondo erano oggetti per adulti, mentre il cellulare e il computer lo usano oggi fin dalle elementari trovandoci così con genitori che non sono in grado di gestire o controllare la tecnologia usata dai figli.

  17. Raccontava credo Luciano De Crescenzo (se la memoria non mi inganna era lui) che quando misero il telefono a casa del nonno lui si rifiutò per il resto della sua vita di rispondere quando squillava. Diceva: “Per ottant’anni a casa mia ho comandato io, stai a vedere che adesso tutte le volte che suona una scatola di latta io mi devo alzare e andare là”. Potrei continuare con molti esempi di questo tipo. Io sono assolutamente convinto che lo “shock” tecnologico che hanno sopportato i nostri nonni (parlo di chi ha almeno 40 anni) è stato di gran lunga superiore al nostro. Hanno visto arrivare il frigorifero, il telefono, la corrente elettrica e l’acqua potabile in casa (parlo della massa ovviamente), l’aereo, le autostrade, il treno, l’automobile, la penicillina, l’anestesia e le operazioni invasive… Potrei andare avanti a lungo anche qui. Non si può paragonare il salto suggerito da queste tecnologie con quello indotto nelle nostre vite da cellulare, Internet e pc. E’ stato molto più sconvolgente il loro passaggio. Qual è la vera differenza? L’arco di tempo. Un uomo nato alla fine dell’Ottocento e morto a 80 anni ha visto tutte queste cose nell’arco di un’intera vita. Quello che ci sconvolge (e ci rende meno “preparati”) è la velocità con cui tutto questo sta avvenendo, rendendoci più “differenti” dalla generazione che sta arrivando rispetto a quanto non lo siamo stati noi con i nostri nonni, per esempio.

    Non riesco adesso a rispondere anche ad altri commenti, cosa che mi piacerebbe. Lo farò quanto prima, anche su altri argomenti che avete introdotto (per esempio, due cose su cui lavoro da anni sono la digitalizzazione della conoscenza e il web semantico).
    A presto e un saluto a tutti.

  18. Luca said

    Ti ringrazio Gianfranco. Ecco sul web semantico e sulla digitalizzazione della conoscenza mi piacerebbe molto approfondire.
    Per quanto riguarda il web semantico mi piacerebbe capire e apprendere le cose da fare per far si che il blog diventi maggiormente visibile.

  19. Melba said

    Già già, aumenta la durata di vita media, aumentano le differenze generazionali. La questione è la capacità di adattamento, non rimanere ancorati al passato. Svegliarsi la mattina e correre dietro ai cambiamenti come il leone corre dietro la gazzella per non morire di fame. Anche questa in fondo è evoluzione…culturale.
    Continuate tutti a correre, chi si ferma è perduto. 😛

  20. Luca said

    Umh, Barbara.
    Sei determinata e motivata, energetica e energica.
    Ora questa metafora di noi a correre dietro alla gazzella dell’e-learning e dei mutamenti tecnologici. Certo siamo noi il leone o siamo invece la gazzella che subisce le tecnologie e è costretto a aggiornarsi continuamente.
    Tempo fa la Reebock riprese la metafora del leone e della gazzella per pubblicizzare le sue scarpe sportive da corsa. La pubblicità diceva che non è importante essere un leone o una gazzella ma l’importante era correre.
    Cosa è “l’importante” per una persoa che si vorrebbe occupare di formazione on line?

  21. Melba said

    Naturalmente è importante tenersi aggiornati, come per ogni lavoro se lo si vuole fare bene. Conoscere le dinamiche di internet, i modi di comunicare. Esiste oggi un percorso formativo che sia in grado di far familiarizzare il futuro formatore con l’universo di internet? è probabile che nemmeno chi debba impostarli questi corsi abbia una chiara visione di questo mondo. E’ un immigrante, come direbbe Gianpiero, non è un nativo digitale. 🙂

  22. Melba said

    Simona tu dici che si leggono meno libri perchè c’è internet? non è importante se il libro si legge su uno schermo o si legge sulla carta, basta che si legga. Chi usa internet legge e scrive sicuramente in quantità spropositata rispetto alla norma trattandosi di uno strumento interattivo. Non è come la tv che ti piazzi li davanti e la guardi ad occhi sbarratti masticando popcorn. Anche a me piace leggere sulla carta e non ho certo smesso con internet. Anzi, compro libri online quando in libreria dovrei farmeli ordinare, ho inserito gran parte della mia biblioteca su anobii dove mi diverto a consultare il numero di pagine e di libri letti durante l’anno e lascio commenti sul gradimento. Su internet trovare e condividere chi ha interessi comuni non è difficile; così nascono comunità di lettori, di sportivi, di giocatori e di tutor. 😛

  23. Luca said

    E’ vero quello che dice Barbara. Però l’italiano medio non legge libri, anche quando non esisteva internet. Ho letto da qualche parte che la media nazionale di libri letti non supera i due, forse 2 e qualcosa ma a tre non arriva. Per quanto riguarda l’uso di anobii che ho conosciuto grazie a Barbara non ne ho però capito il senso. A che serve? a conoscere nuove persone che hanno i nostri interessi? a socializzare? a incontrare persone? a incontrare l’anima gemella? A volte il mito dei social networks mi sembra aria fritta, e il frutto anche se buono non fa sempre bene.

  24. Melba said

    Mio fratello legge fumetti, a tonnellate. Dovrebbero metterli nelle statistiche delle medie nazionali 😀
    Personalmente anobii lo utilizzo per catalogare la mia biblioteca, da tempo ne sentivo la necessità, ma il solo pensiero di tutto il lavoro che c’era da fare mi faceva rinunciare. Invece su anobii basta inserire l’isbn e hai tutti i campi già belli che compilati con la foto di copertina. Anche in questo caso ce ne sono altri di network per catalogare libri.
    Mi piace la funzione che permette di inserire le date di inizio e fine lettura e i commenti, ho preso l’abitudine così di scriverli pure sul libro.
    Principalmente anobii è un database ad uso personale come altri utilizzati ad esempio per raccogliere i video o la musica, ai quali poi viene aggiunta la funzione opzionale di comunicare con gli utenti iscritti e di formare gruppi.

  25. Mi spiace fare sempre apparizioni fugaci. Per Melba: meglio definirli “emigranti” quelli che si occupano di e-learning, visto che non si possono definire certo lontanissimi dalle tecnologie (gli immigranti sono, nella metafora di Prensky, quelli “precipitati” nel mondo digitale).

    E’ interessante anche l’argomento “lettura” unito a quello del “correre”. Io credo molto in un rapporto “sano” con le tecnologie: ho uno smartphone e un iPhone ma li uso essenzialmente per telefonare (l’iPhone anche come iPod, sveglia/calendario e navigatore Internet, ma per la semplicità dell’interfaccia, essenzialmente). Correre dietro a ciò che non serve è uno sfizio. Correre dietro a ciò che serve è aggiornarsi, professionalmente e personalmente. Non lo vedo come un fatto traumatico, se non perché il nostro rapporto rimane tra quello che dobbiamo utilizzare e la visione che abbiamo di quella cosa come “tecnologia avanzata”.

    La lettura: ai tempi di Gutenberg si leggeva nei monasteri e in pochi altri luoghi su oggetti intrasportabili (i libri manoscritti); Gutenberg ci ha permesso di leggere anche altrove; Manuzio ci ha aiutato a rendere quegli oggetti trasportabili e, creando il catalogo, a trovarli, a sapere che esistevano e dove erano. Fino alla comparsa del libro tascabile la lettura non era così accessibile come adesso: i libri in edicola l’hanno resa ancora più accessibile, anche e soprattutto per ragioni di prezzo. Internet e le tecnologie digitali sono un momento di questo sviluppo lunghissimo. Inutile forse chiedersi troppo su cosa ha senso e cosa no. L’uso delle persone mette sempre tutto a posto. Crea sorprese e delusioni. L’e-book e i cd-rom sono due esempi di tecnologie date per “esplosive” che non usciranno mai dal loro cantuccio. E gli stessi creatori dell’sms non pensavano minimamente che sarebbe potuto servire a qualcosa: lo inserirono tra i servizi del cellulare perché era rimasta banda disponibile e volevano utilizzarlo per comunicazioni di servizio con gli utenti (guasti della rete ecc.)…

    Per Luca: mi chiamo Gianpiero 🙂

  26. Melba said

    Ho usato appositamente ‘immigranti’ perchè la formazione in e-learning la vedo come una corsa a chi arriva prima. C’è qualcuno che inizia a fare corsi con cognizione di causa utilizzando docenti ‘emigranti’, ma molti sembra ancora non sappiano che pesci pigliare, improvvisano accorpando un po’ di questo e di quello per stare al passo. Faccio fatica a considerarli emigranti.

    Chi ama la tecnologia ed è un emigrante digitale (accidenti, sto proprio cominciando ad abusare di questi termini! 😛 ) non ha problemi a stargli dietro. Il problema potrebbe essere per chi ci viene buttato nella tecnologia, come può essere la formazione online dove i docenti (e i tutor) sono abituati ad un tipo di approccio in presenza del tutto diverso da quello in rete.

    Gli editori stanno contando molto sui nuovi book-reader, quegli aggeggini dall’attuale costo di 300 euro con tecnologia a inchiostro elettronico che imitano perfettamente la nitidezza e luminosità di una pagina cartacea. Saranno un flop anche quelli?

  27. Luca said

    ops scusa Giampiero, ti avevo ribattezzato.
    Non sapevo che l’sms fosse nato come qualcosa di marginale, un servizio da usare a residuo. Eh si a volte si progetta una cosa, e poi la sua applicazione va in direzioni non pensate.

  28. Figurati Luca, mi capita spesso sia con il nome che con il cognome (comunque è Gianpiero con la “n”: in tempi di motori di ricerca è un particolare non irrilevante 🙂 ). A presto anche su altri topic.

  29. […] in rete, ho scovato un libro il cui titolo mi ha subito incuriosito. I commenti dell’autore, Gianpiero Lotito, mi hanno poi convinto a leggerlo. Il libro è quello che […]

  30. Luca said

    Bene, Rosamaria ora ha messo un articolo cotituito da link agli interventi di Lotito nel nostro blog. Mi sembra veramente utile.

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