In un mio precedente intervento ho analizzato il tema della professione e cosa rende tale un lavoro . Nella nostra cultura il lavoro viene spesso associato all’obbligo di spendere parte del proprio tempo per avere in cambio uno stipendio e sopravvivere nel quotididiano. Il lavoro quindi come obbligato, come faticoso, come una specie di condanna divina. Nell’etica protestante il lavoro ha invece ben altra accezione: l’impegnarsi a fondo nel lavoro quotidiano è funzionale anche alla salvezza spirituale. In Italia hanno avuto grande successo libri come quello del sociologo Domenico de Masi che parla di ozio creativo o quello di Corinne Majer dal titolo Buongiorno pigrizia, dove si consigliano i lettori lavoratori a essere pigri sul lavoro e a impegnarsi nelle attività del tempo libero.
Penso che questa divisione tra tempo lavorativo e tempo libero esista perchè abbiamo una concezione sbagliata del lavoro. Chi fa un lavoro che lo fa sentire utile o da cui trae soddisfazioni non aspetta il venerdì alle 14 per dire che anche questa settimana ce la siamo tolta. Il lavoro può essere fonte di benessere e di auto-gratificazione, certo dipende da lavoro a lavoro e da persona a persona. In ogni caso è necessario che l’organizzazione lavorativa sia improntata a ottiche meritocratiche e di riconoscimento del merito.
Purtroppo questo non accade in Italia, almeno non accade nel pubblico impiego e in gran parte di quello prviato; e allora è logico e conseguente che la media annua di assenze per malattie dei pubblici dipendenti arrivava a 29 giorni, a cu vanno sommate le ferie. In pratica lavoravano 9 mesi l’anno.
E’ il datore di lavoro che deve impiegarsi nel favorire le condizioni per il benessere lavorativo, disinteressarsi della felicità dei propri dipendenti non solo è sbagliato dal punto di vista umano ma è controproducente da quello economico. Un dipendente innamorato del proprio lavoro si ammala di meno, fa meno pause caffè-bagno-sigaretta e va al lavoro anche contento e non sparla continuamente dell’azienda e dei propri colleghi. Creare dei legami affettivi dei dipendenti tra di loro e con la mission portata avanti dall’azienda, è funzionale anche all’efficienza economica della produzione.
In questa ricerca del benessere lavorativo si sta ripensando agli open space vale a dire quei mega stanzoni dove i dipendenti venivano ammassati tutti insieme con la convinzione che l’ufficio singolo era ormai superato.
L’adozione integrale di open space ha determinato molti inconvenienti: in particolare la perdita della privacy e la nascita di forti contrasti con i vicini di scrivania, l’aumento dei tassi di malattia e di assenza dal lavoro. La soluzione ideale sembra quindi una miscela equilibrata di ambienti aperti e di ambienti chiusi, con sale comuni e postazioni singole. Altre aziende hanno aperto palestre aziendali che possono essere frequentante gratuitamente dai dipendenti prima dell’orario di lavoro o nella pausa pranzo o al termine del lavoro; altre aziende hanno aperto asili aziendali e messo a disposizione lavanderie e cucine per prepararsi insieme il pasto.
Ecco Google mette a disposizione di tutto ai propri dipendenti, tanto che c’erano dipendenti che alla fine dormivano nei locali aziendali e per questo i vertici hanno dovuto emanare una norma esplicita che vieta tassativamente a tutti i dipendenti di restare in azienda a dormirci la notte.
Non vi sembra una immagine completamente diversa da quella dei dipendenti che con il cartellino in mano aspettano gli ultimi minuti per stimbrare la propria uscita?